Il male: una cattiva interpretazione del bene?

Il male: una cattiva interpretazione del bene?

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di Giovanni Beccarini Crescenzi

Il male: una cattiva interpretazione del bene?

Nella visione empiristica di Hobbes (1588-1679), il bene ed il male derivavano all’uomo soprattutto dal modo, più o meno completo, con cui le azioni stesse sono in grado di appagare i desideri del singolo individuo e, pertanto, bene e male variano, secondo Hobbes, da individuo a individuo.

Per S. Agostino (354-430) più che di male si doveva parlare di errore poiché l’intelletto coglie sempre il vero del senso delle singole cose che sono, altrimenti sarebbe impossibile progredire o trovare qualsivoglia specificità del senso della realtà.

Solo che l’uomo basa la propria interpretazione delle cose del Mondo attraverso proprie tendenze morali, volitive, passionali che appartengono a lui e non sono attribuibili universalmente ad un senso comune assoluto dell’umanità e, per questo, non caratterizzano la realtà, anzi, la relegano all’interno di un momento relativo che assume le sembianze di un parziale ESSERE che, a causa della sua parzialità, non può definirsi pienamente ESSERE e quindi NON È.

Per S. Anselmo (1033-1109) il Male corrispondeva con l’Ingiustizia che altro non era che ‘disubbidienza in atto’ costituita da impulsi sensibili, che non erano né buoni né cattivi ma solo istintivi e privi di ragione. Freud (1856-1939) identificava il Bene (Erotismo) ed il Male (Aggressività) con l’Amore e l’Odio  e dava loro la specificità di due forze attrattive e repulsive simili a quelle della fisica, chiarendo che il sadismo psichico è sito in ogni psiche perché è istinto di morte, simmetrico a quello di vita.

Certamente non possiamo negare che il male ha come sua caratterizzazione l’inconcludenza, nella contraddizione, del tentativo di superare, senza volerle affrontare razionalmente, quelle tappe o quei momenti della vita (a volte molto difficili) tesi al raggiungimento di un veloce ritorno ad uno stato di benessere esistenziale.

Spesso il dolore e la frustrazione ci portano a pensare che sarebbe stato meglio non vivere un certo tempo o addirittura non ‘esserci’ per il troppo male vissuto o fatto vivere.

Il tema dell’assenza è direttamente proporzionale alla presenza nella vita e porta con sé le problematiche della possibilità di essere coscienti e quindi consapevoli che ‘Non Esserci Stati’ non avrebbe certamente posto il problema del male ed il suo conseguente confronto con il suo opposto, il BENE.

Se quindi ‘male’ è confronto inevitabile con il ‘bene’ e se quest’ultimo è ciò che lo annienta superandolo e diventandone obiettivo costruttivo da cui ripartire, allora, forse, non facciamo del Male ma contribuiamo a definire con i nostri errori il continuo bisogno, in noi connaturato, di volere il Bene.

Il male in quanto non essere non è


S. Agostino

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