Un Natale … ai confini della realtà

Un Natale … ai confini della realtà

Dottor aneddoto

di Emilio Merletti

 

Una piccola targa d’ottone sulla porta recava scritto “Ing. Bernardo C …”.

Era la prima volta che andavo a casa dell’ingegnere.

 Anzi, per molti anni non lo avevo mai visto neanche in studio, come spesso accade coi nostri pazienti che sono impegnati in attività lavorative in proprio.

Poi però un giorno, due o tre mesi prima, l’ingegnere si era deciso a consultarmi per riferirmi del suo intestino, che da un po’ di tempo faceva “capricci”, e così l’iter diagnostico aveva generato un esame del sangue occulto nelle feci positivo, e quindi una colonscopia, che aveva evidenziato un cancro del retto, con conseguente intervento chirurgico di resezione anteriore e colostomia (allora non si eseguiva la terapia neo-adiuvante).

La stadiazione patologica classificò il tumore allo stadio III, e quindi fu posta indicazione alla chemioterapia.

L’ingegner Bernardo era un professionista molto attivo: si occupava di costruzioni stradali nell’ambito di un’industria che operava a livello internazionale. Ma soprattutto era un uomo dall’intelligenza molto vivace e dagli interessi culturali che spaziavano su un orizzonte assai ampio e variegato.

Me ne resi conto in quell’ora che passammo insieme.

Mi aveva chiamato perché da qualche giorno si sentiva più debole del solito e voleva che lo vedessi. Con l’occasione, dato che l’infermiere era malato, mi chiedeva il favore di somministrargli io la terapia citostatica in programma quel giorno.

Lo visitai. Cute e mucose erano piuttosto pallide, la pressione arteriosa 105/60, toni cardiaci normali ma con una frequenza di 100 battiti/minuto. Lo stato generale, piuttosto compromesso, giustificava l’astenia lamentata.

Gli prescrissi un integratore proteico nell’attesa dei risultati di una batteria di esami di laboratorio, da fare con una certa urgenza, visto che da quasi due mesi, dall’epoca della dimissione chirurgica, non eseguiva controlli, e iniziai a preparare le due fiale di Ciclofosfamide ed Epirubicina da mettere nel flacone di fisiologica.

“Lei ha una mano leggerissima, dottore! Non ho sentito affatto l’ago.” Cominciò così a rompere il ghiaccio, e si sentiva che aveva una gran voglia di parlare, di riempire in qualche modo il vuoto della sua solitudine.

Il suo matrimonio, senza figli, era naufragato presto, già da alcuni anni, e lui viveva solo e … quasi senza fissa dimora!

Dovevo pensarci prima che il mio lavoro, portandomi quasi sempre in giro per il mondo, non poteva conciliarsi facilmente con la vita coniugale!

Ma tant’è, adesso mi ritrovo, a cinquant’anni, fermo mio malgrado in questa grande casa, con una vecchia domestica che cerca di portare avanti tutta l’economia familiare!”

Mi raccontò di quando, in Arabia Saudita, il notabile – committente invitò tutto lo staff della ditta ad un pranzo sontuosissimo e lunghissimo dal quale fu rigorosamente esclusa ogni presenza femminile.

E di quando si trovò bloccato per giorni in un paese sperduto del circolo polare, con una tempesta di neve ed una temperatura esterna di quasi cinquanta gradi sottozero.

Poi, inevitabilmente, si finì per parlare di “massimi sistemi”.

Il senso della vita, il mistero della morte.

Pur non essendo un cristiano praticante aveva tuttavia una sua spiritualità. Non credeva in un Dio – Persona, ma era convinto in cuor suo che il destino dell’Uomo non si esaurisse col suo ciclo vitale.

Io sostenevo che non poteva esserci una risposta razionale agli interrogativi suscitati dalla nostra conversazione, e così, a bruciapelo, mi disse: “Senta, sono realista e so di essere vicino al traguardo della mia esistenza terrena.

E allora le prometto che, al momento opportuno, dopo il … passaggio … se ne avrò la possibilità, tenterò di mandarle un segnale. E per essere inequivocabile lo ripeterò per tre volte! Va bene?”

Naturalmente tutto ciò fu detto tra il serio e il faceto. Intanto la flebo era finita, e ci salutammo cordialmente, anche con un certo buon umore.

Passò il tempo. Lentamente, inesorabilmente, le condizioni dell’ingegnere peggiorarono fino all’esito finale, che avvenne un giorno d’autunno inoltrato.

La vita intanto andava avanti, e vennero i giorni di Natale.

La sera della vigilia, dopo la cena aspettammo la mezzanotte e collocammo la statuetta del Bambino Gesù nel presepe.

Poi finalmente mio figlio, che allora poteva avere cinque, sei anni, si convinse ad andare a dormire, a sognare i doni che Babbo Natale avrebbe fatto trovare sotto l’albero la mattina seguente.

Magica notte quella di Natale! Nel cuore una serenità che fa tornare un po’ bambini anche noi!

E nel cuore di quella magica notte … fummo svegliati di soprassalto dal trillo del telefono!

 Mia moglie mi strinse un braccio con tutta la forza della sua paura. Chi poteva essere a quell’ora? Sollevai il ricevitore, ma la linea era già stata interrotta. Forse uno sbaglio ….

Ma dopo un paio di minuti il telefono tornò di nuovo a squillare senza che nessuno rispondesse alla mia voce. “Pronto! Pronto?” E così di nuovo dopo circa un quarto d’ora. Poi più nulla. La notte riprese a scorrere serena.

Probabilmente si trattò di un’interferenza. Linee sovraccariche. Falsi contatti.

Ma mi è rimasto il dubbio …

Forse prima di morire, è il tuo fantasma che vedi.


Lauren Oliver

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