Nel labirinto del cuore

Nel labirinto del cuore

Scorrendo la storia della medicina si resta meravigliati nel constatare che fino a tre secoli fa si riteneva che molte delle emozioni originassero o nel cuore o nella colecisti, nei polmoni, nel fegato o nei visceri. Non si poteva neanche lontanamente immaginare che l’emotività potesse essere regolata da meccanismi situati a livello del sistema nervoso centrale. Questa errata nozione era da sempre stata dominante fin dai primordi della civiltà.

Circa 30.000 anni fa un ignoto artista tracciò in una grotta del nord della Spagna la sagoma di un mammut con un’ampia immagine a forma di cuore posizionata nel punto dove doveva effettivamente collocarsi quel qualcosa che pulsava e s’agitava nell’animale e dove il cacciatore preistorico doveva puntare per cacciare.

Molti secoli prima della nascita di Cristo, il cuore era considerato dagli assiro-babilonesi un organo essenziale della vita e la sede dell’intelligenza, di conseguenza ogni turbamento mentale si faceva derivare da un’alterazione cardiaca.

Nella civiltà egiziana, al cuore venne attribuita non solo la funzione fisiologica di sede della vita, ma anche una funzione di primo piano nel mondo spirituale e religioso. Gli egiziani consideravano il cuore come organo e sede dello spirito, dell’anima e della ragione. Per questa sua funzione il cuore era l’oggetto di premurose cure da parte dei parenti del defunto, tanto da indurli ad aprire il torace e sostituire il cuore con un grosso scarabeo in malachite che recava sul ventre un’iscrizione con la raccomandazione al defunto. Il cuore poi veniva imbalsamato e riposto in vasi canopici. Gli antichi egizi credevano che dopo la morte l’anima giungesse dinanzi a Osiride, Dio della morte che pesava il cuore: un cuore leggero apriva le porte del regno degli dei, mentre l’anima di un cuore pesante veniva divorata da un mostro.

Mentre nei secoli il cuore rafforzava la sua identità con il significato di “anima”, per la dottrina ebraica era il fegato il centro vitale dei sentimenti di collera, di timore e di amore. Ancora oggi, per indicare alcune di queste condizioni si usa l’espressione fare fegato cattivo o essere un uomo di fegato.

Secondo la filosofia e la medicina greca il cuore era la sede della fantasia dell’uomo. Tra coscienza e immaginazione c’è un rapporto antagonista, analogo a quello che oppone l’irascibile e forte Achille al riflessivo e saggio Ulisse.

L’Iliade si apre con l’ira funesta di Achille che infiniti lutti addusse agli Achei. Nei poemi omerici l’instabilità divina e umana della condotta di Achille, incapace di governare le sue passioni, è contrapposta al dominio che Ulisse ha edificato in sé permettendo di salvarsi.

In una scena decisiva Ulisse riusciva a reprimere il violento desiderio di uccidere i servi amici dei Proci che senza riconoscerlo lo maltrattavano nel suo palazzo. Così, dopo aver dissimulato i propri turbamenti interiori, il nuovo eroe della civiltà dell’autocontrollo provava a reprimere sé stesso. Mentre il cuore gli latrava in petto come una cagna fu capace di imporsi e di vincerlo. La vendetta arrivò con calma, calcolata e fredda, solo quando tutte le porte del palazzo furono sbarrate da impedire la fuga dei Proci e dei loro servi.

Nella vita di ognuno la civiltà dell’autocontrollo si oppone a quella delle passioni, come la ragione si oppone al cuore, come il mondo popolato dalle idee si oppone a quello popolato dalle immagini. Cercare di reprimere il cuore nei suoi concreti atti immaginativi potrebbe significare corromperlo e renderlo vulnerabile al rischio di cardiopatie. In questa lontana fase storica germoglia la contrapposizione tra cuore e ragione, che tanta fortuna avrà successivamente nella cultura occidentale.

Nel contrasto tra le scelte di un giudizio razionale e i desideri del cuore, il filosofo Blaise Pascal, matematico e scienziato ricorda che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Nell’antica Roma il cuore era la sede dell’anima, ma ancor più la sede di tutto ciò che era specificatamente umano.

Cuore deriva dal termine latino cor, cordis.

In anatomia: organo muscolare cavo, motore dell’apparato circolatorio che nell’uomo è situato tra i due polmoni, sopra il diaframma, dietro lo sterno e davanti alla colonna vertebrale. Nell’arte, nella scienza e nella letteratura viene descritto e raccontato in tanti modi, mentre è continuamente evocato in molteplici occasioni della vita.

Dal cuore prende l’avvio, lo sviluppo della medicina e della cardiologia con due grandi fasi, una primordiale che parte con Ippocrate e Galeno fino alla moderna scoperta della circolazione del sangue con il Fundamentum vitae di William Harvey che nella dedica del suo magistrale exercitatio de motu cordis arriva a paragonare il suo Re Carlo I al cuore raffigurato al centro del corpo che domina tutto, un fondamento su cui si basa ogni potere del corpo animale, proprio come nelle mani del monarca in cui è posta la suprema autorità.

Per la prima volta con Harvey il cuore è legato ad una tangibile prova di forza, di potere, di vita. Harvey spiega come funzionano le valvole cardiache, le cavità e le vene. La sua fondamentale dimostrazione è che il sangue, sempre lo stesso, deve circolare in un labirinto, tra vene e arterie, provenendo dal cuore e ritornando al cuore.

Nella Bibbia il cuore è una parola e un simbolo. Il profeta Ezechiele parlando del cuore anticipa quello che poi è stato il trapianto: darò a voi un cuore nuovo e porrò in voi uno spirito nuovo. Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo, e vi darò un cuore di carne.

Il più grande gesto d’amore per Cristian Barnard che dopo aver con successo condotto a termine il primo trapianto di cuore ha detto: L’unico momento, mi diceva, in cui mi sono reso conto di fare qualcosa di diverso, è stato quando ho tenuto tra le mani il cuore appena tolto al paziente. Il muscolo cardiaco non era più nella sua naturale sede e questo mi pose di fronte a una situazione del tutto diversa, eccezionale, perché avevo portato via il cuore ad una persona ancora viva.

Nel film un Medico, un Uomo di Randa Haines, un paziente appena risvegliatosi dopo il trapianto di cuore rispondeva con una domanda a chi gli chiedeva come stesse con il nuovo cuore: quel cuore apparteneva ad un uomo buono?

Heinrich Heine, poeta e filosofo tedesco, innamorato del pittoresco villaggio di Bagni di Lucca adagiato sulla valle, che definiva incantata, nelle sue liriche definiva il cuore in tutta la sua importanza: Più grande di tutte le piramidi, dell’Himalaia, di tutte le foreste e i mari, più bello del sole e della luna e di tutte le stelle, più radioso e fiorente, infinito nel suo amore, infinito come la divinità, è la stessa divinità.

Un triangolo nel quale era inscritto un cuore veniva generalmente descritto come l’occhio che vede tutto, un simbolo della tradizione cristiana che si identifica con Dio. Il medico Averroè, matematico e filosofo berbero, diceva che chiunque si fosse occupato in vita della scienza e dell’anatomia del cuore, avrebbe accresciuto la propria fede verso Dio.

Un’altra straordinaria descrizione del cuore è di Maria Zambrano, poetessa e filosofa spagnola del novecento: il cuore è il viscere più nobile, perché porta con sé l’immagine di uno spazio, di un dentro oscuro, segreto e misterioso che in alcune occasioni si apre, una definizione ci riporta dalle parole all’immagine dell’urlo di Munch.

Il romanziere francese Honorè de Balzac nella sua enigmatica novella Sarrasine non riusciva a definire il cuore e così scriveva l’artista ebbe freddo. Poi sentì una fiamma improvvisa che divampò nella profondità del suo essere intimo, della sua anima, di quello che per mancanza di parole chiamiamo cuore.

Anche Dante Alighieri si riferisce al cuore nella Divina Commedia lo riporta con tanti significati, come nel canto VI del Purgatorio: Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca, mentre nel canto VIII sempre del Purgatorio: Era già l’ora che volge il desio ai navicanti e ’ntenerisce il core. Nella Vita Nuova scrive: lo spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera de lo cuore.

Alessandro Manzoni ricorre al cuore nei Promessi Sposi quando cerca di rincuorare i due innamorati costretti a divedersi e fa dire a Fra Cristoforo: il cuor mi dice che ci rivedremo presto. Un modo per offrire conforto e sopportare il dolore con la speranza di coronare il sogno di una vita.

Ancora nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni pone anche il problema dei dubbi che possono affliggere il cuore quando scrive: certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa egli il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.

Il cuore diviene sinonimo di emozioni in Giacomo Leopardi che rivolgendosi all’amata Silvia scrive: che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia!

In tanti, almeno una volta, abbiamo utilizzato il cuore come espressione di riconoscenza come nel dire: ringraziare di tutto cuore, oppure come sentimento morale, della coscienza o di rassegnazione: mettere il cuore in pace.

Ma il cuore è anche simbolo di forza d’animo, quindi sinonimo di coraggio, di fierezza, come quando incitiamo a prendere cuore o a perdersi di cuore, ed ancora gli è mancato il cuore.

Il cuore richiama la centralità di un elemento figurato o geografico, per analogia è per tutti il centro, il mezzo di qualche cosa: il cuore della città, nel cuore della notte.

Il cuore è davvero un labirinto denso di significati di indole emotiva come nelle espressioni del tipo: parliamo al cuore, il cuore del problema, fare con il cuore, essere di cuore, essere senza cuore, avere amarezza al cuore, te lo chiedo con il cuore, grazie di cuore.

Lo scrittore ungherese Godolanhj dice: Dio ha nascosto il cuore dell’uomo, perché nessuno possa vederlo. Però, c’è un’altra faccia del cuore, quella della vendetta, quella dell’ardire. Il passaggio dall’amore all’odio per il “cuore” diviene con il tempo più facile e immediato, così come il passaggio dall’amore alla sofferenza: mordere il cuore, mangiare il cuore (Sioux), spezzare il cuore, donare il cuore (Incas).

Stendhal nel romanzo Il Rosso e il Nero intreccio di amore, vendetta e morte, racconta di un marito disperato e vendicativo che arriva persino a far mangiare alla moglie inconsapevole il cuore dell’uomo da lui ucciso, solo perché lei lo aveva tradito.

Fu Aristotele nei suoi studi di embriologia a notare che il cuore comincia a battere nelle fasi iniziali dello sviluppo dell’organismo: primum oriens, ultimum moriens. Non siamo ancora formati nel grembo della madre che quella del cuore che palpita è la prima musica ascoltata.

La percezione chiara del battere veloce del cuore, o di un’extrasistole, genera l’angosciante sentimento di ansia, di paura. Attilio Bertolucci nel suo libro Aritmie, parlando metaforicamente della fisiologia del cuore, racconta un’esaltante poetica dell’extrasistole come di un battito anticipato che appartiene a tutti i cuori del mondo, anche i più forti e sani, sebbene… non è da tutti avere il ritmo del cuore perfetto, con i suoi 64 battiti al minuto. I bambini e gli animali sono dei tachicardici, come sa chiunque abbia stretto le mani intorno al petto del figlio per sollevarlo a guardar fuori della finestra qualcosa d’insolito, o abbia preso il gatto di casa per la vita … ricevendo nel palmo un precipitare di colpi forsennato, da non poter resistere, da cercar subito alla cieca un punto meno angoscioso dell’area toracica … mentre parla con te un tale, in treno, ecco non segui più il filo perché un’extrasistole, o peggio una salva nutrita di extrasistoli, ti ha scosso.

In mille ragioni per vivere gli fa eco Dom Helder Camara, profeta del terzo mondo, detto il San Francesco del ventesimo secolo, che scrive: aritmia del cuore aiutami a capire la cadenza spezzata, l’equilibrio perduto, i gesti incontrollati, le incoerenze senza numero.

Riccardo I d’Inghilterra per le interne discordie legate ai crociati un bel giorno rimase solo a combattere contro Saladino con una piccola armata. Non gli bastarono la fede e l’indomito coraggio. La Città Santa non fu conquistata. Egli si coprì il volto con la mano per non vedere più la città per la quale aveva combattuto (Rouen, 1199). Passò alla storia con l’appellativo di Riccardo “cuor di leone”.

E che dire del gesto di porre le mani sul cuore per mimare un saluto, un gesto d’amore o di cordoglio?

Tra cuore e fede poi, il passo è breve. Il cuore di Gesù è consacrato in una festa fissata dalla chiesa il primo venerdì che segue l’ottava del Corpus Domini; consacrazione istituita dopo la visione di Margherita Maria Alacoque, monaca e mistica francese.

Ego dormio, et cor meum vigilat, io dormo, ma il mio cuore veglia dice la sposa nel Cantico dei cantici.

Nello stesso tempo mentre batte egli ascolta, dice Paul Claudel, non per nulla alle due propaggini che lo circondano è dato il nome di auricole.

Le aritmie si associano a condizioni di stress, di tensione, di ansia come quando liberiamo la nostra passione, quel qualcosa di sommesso che è in noi. Allora, le extrasistoli altro non sono che le complicanze della vita, quelle che tormentano l’uomo che chiede il perché di tale disubbidienza del cuore.

Pablo Neruda popola il suo cuore di frutti e di suoni. Giuseppe Ungaretti scriveva reggo il mio cuore che si in caverna e schianta, e poi profetizzando un futuro oggi quasi quotidiano in ospedale come sul territorio scrive: da tanta tenera carezza attratto, un cuore morto ha ritrovato il battito.

Far ripartire un cuore in arresto è abituale per la comparsa di una fibrillazione ventricolare, una temibile aritmia che accompagna quasi tutte le morti improvvise se non si è capaci di arrestarla con una scarica elettrica, la sola capace di far ripartire un cuore con i ventricoli in fibrillazione. Sempre Ungaretti gioca con il suo cuore in una poesia quando parla di San Martino del Carso: ma nel cuore è il mio cuore. Lo sceglie come il più forte simbolo per eternare il momento in cui scopre il suo paese straziato ed è sempre il cuore che poi sopporta questo supplizio: di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel cuore, nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato.

Ma il cuore è anche in un’altra bellissima poesia di Juan Ramòn Jiménez: quando mi chino sulla tua anima mentre dormi e ascolto, col mio orecchio sul tuo petto nudo il tuo cuore tranquillo. Mi sembra di cogliere, nel suo battito profondo, il segreto del centro del mondo. Portami nel tuo sogno.

E ancora il cuore è un richiamo per due premi Nobel della letteratura, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo. Il primo scrive: e il vento che nasce e muore, e l’ora che lenta s’annera suonasse per te stasera, scordato strumento, cuore. Il secondo: le parole ci stancano, risalgono da un’acqua lapidata. Forse il cuore ci resta, forse il cuore. Il cuore ritorna in una delle più belle liriche di Quasimodo: ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera. Indubbiamente il cuore trionfa con Quasimodo nel simbolismo, l’organo diviene l’espressione di nuova dimensione, il luogo in cui potersi identificare: sei simile al mio cuore. Il cuore è simbolo della libertà: come potevamo cantare con il piede straniero sopra il cuore. Il cuore è denso di significati sociali quando scrive: il Sud è stanco di tutte le razze che hanno bevuto il sangue del suo cuore. Il cuore diviene intelligenza, coscienza, ragione: sento il cuore. Nel tema della morte richiama un dialogo impossibile con l’aldilà cercando di superare quell’eterno assurdo conflitto tra la morte e la vita: tra la morte e l’illusione del battere del cuore.

In quest’altra bellissima poesia, un cardiopatico che sapeva bene cosa fosse l’angina pectoris, Nazim Hikmet, il più importante poeta turco del Novecento scriveva: per quanto ho dovuto soffrire, per quanto ho dovuto emigrare dalla mia città e dalla mia nazione … ogni mattina all’alba il mio cuore lo fucilano in Grecia. E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno quando gli ultimi passi si allontanano dall’infermeria il mio cuore se ne va, dottore, va in una vecchia casa di legno, a Istanbul. E poi sono dieci anni, dottore, che non ho niente in mano da offrire al mio popolo niente altro che una mela una mela rossa, il mio cuore. È per tutto questo, dottore, e non per l’arteriosclerosi, per la nicotina, per la prigione, che ho questa angina pectoris. Guardo la notte attraverso le sbarre e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto il mio cuore batte con la stella più lontana.

Anche Cesare Pavese coglie il significato del battito del cuore nel Mestiere di vivere: il cuore mi ha saltato tutto il giorno e non smette ancora. Quella che si chiama passione non sarà poi semplicemente questo dibattersi del cuore, questa tara nervosa?

Il cervello sembra un organo sconosciuto per il cuore, ma perché? Imparare a memoria, oppure apprendere in inglese si dice learn by heart e in francese apprendre par coeur, sarebbe come se si recitasse un qualcosa al ritmo del battito del cuore o se si interiorizzasse qualcosa, come per comprendere o interpretare. Il cuore ha usurpato al cervello la vera sede del pensiero dell’uomo, che quando interiorizza fa comparire la parola cuore e non la parola cervello.

Al di là delle tante metafore, persino un medico di Bologna impressionato dalla irregolarità del suo polso, prima transitoria poi persistente, si recò a consultare l’illustre clinico di Padova Giovanni Battista Morgagni che, di fronte all’ansietà e all’emozione del suo paziente, si limitò a metterlo in guardia contro la sua malsana curiosità di controllarsi il polso e non prescrisse alcun farmaco. Il malato rassicurato non avvertì più l’aritmia. A Morgagni si deve il merito di aver intuito per primo i rapporti tra disturbi nervosi e sintomi cardiaci, intuendo l’autonomia dei disturbi funzionali cardiaci. Ciò che sentiamo martellare è il ritmo di una macchina perfetta che fa compagnia in una vita felice con un animo lieto e sereno. Per contro, il pessimismo abbrevia la vita come molti studi dimostrano, allora meglio pensare che solo il cuor contento il ciel lo aiuta. Dal cuore di Gesù a San Valentino, agli ex voto, dall’arte alla letteratura, da Keith Haring, Jim Dine a Andy Warhol, dal libro cuore di De Amicis al cuore di tenebra di Conrad il riferimento dell’anima e il luogo delle emozioni è sempre il cuore.

Francesco Maria Bovenzi

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