27 Novembre 2020

Il dott. Roger Gilbert Bannister

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L'impresa non era considerata difficile, oppure molto difficile: era, per tutti, semplicemente impossibile. La comunità scientifica lo aveva spiegato a tutto il mondo, con dovizia di particolari, che un essere umano non sarebbe mai riuscito a correre ‘il miglio’ in meno di quattro minuti, un limite ritenuto invalicabile.

Medici… per altro famosi

di Marco Semprini

 

L’impresa non era considerata difficile, oppure molto difficile: era, per tutti, semplicemente impossibile. La comunità scientifica lo aveva spiegato a tutto il mondo, con dovizia di particolari, che un essere umano non sarebbe mai riuscito a correre ‘il miglio’ in meno di quattro minuti, un limite ritenuto invalicabile. Il miglio (1.609,344 metri), pur non facendo parte del programma olimpico, è una gara molto diffusa nelle competizioni internazionali di atletica ed è per i britannici ‘la distanza’, un perfetto insieme di resistenza e velocità, un brano di Shakespeare nello sport. Il record del mondo, stabilito nel luglio del 1945 dallo svedese Gunter Hägg, 4’01″4, durava ormai da nove anni e quel tempo era considerato come le colonne d’Ercole, impossibile andare oltre. Era convinzione generale che nessun uomo potesse infrangere il ‘fatidico’ muro dei 4 minuti. Tutti ritenevano che la fisiologia di muscoli, ossa, cuore e della struttura fisica in generale, non lo rendesse possibile. Tutti, tranne uno. Un freddo pomeriggio del 6 maggio 1954, un atleta inglese, Roger Bannister, coprirà quella distanza in 3’59″4, un’impresa destinata a cambiare la storia e il pensiero di molte persone. Quel giovane studente in Medicina aveva dimostrato che i limiti dell’uomo non sono fisici ma ben altri, come specificherà lui stesso in una successiva intervista: «…studiavo neurologia e sapevo che per andare al di là l’organo più importante è il cervello…».

Sir Roger Gilbert Bannister nasce il 23 marzo del 1929 ad Harrow, in Inghilterra. Il padre, ultimo di 11 figli, proveniva dal Lancashire, nella Colne Valley, dove la famiglia lavorava nella tessitura del cotone. Per la crisi del settore si trasferì a Londra dove riprese gli studi divenendo prima impiegato e poi dirigente nella Pubblica Amministrazione. Sportivo lui stesso, insegnerà al giovane Roger il metodo della disciplina e dell’impegno costante, che gli valsero sia nello sport che nella vita professionale. Dopo aver frequentato la scuola elementare alla Vaughan Road di Harrow e successivamente la City of Bath Boys’ School, Bannister si diploma al University College School di Londra. Voleva studiare medicina ma sapeva che i suoi genitori non potevano permettersi di pagare il college. Il naturale talento per la corsa e il costante sacrifico ed impegno nell’allenarsi gli permisero di vincere una borsa di studio di atletica con cui si iscriverà alla Scuola di Medicina dell’Università di Oxford (Exeter College e Merton College). Proprio ad Oxford, nell’autunno del 1946, Roger inizia la sua carriera da running: non aveva mai corso su pista, né indossato scarpe con i chiodi da corsa. Nonostante il suo allenamento all’inizio non fosse troppo impegnativo, appena mezz’ora tre volte a settimana, già dopo alcuni mesi riusciva a correre il miglio nel tempo di 4 minuti e 24 secondi. Per la sua grinta e gli iniziali promettenti risultati fu scelto come ‘possibile’ atleta per le olimpiadi del 1948, ma declinò l’invito in quanto non si riteneva adeguato a quella competizione.

Ma proprio quell’edizione delle olimpiadi vissute da spettatore lo ispirarono a diventare una star dell’atletica. La sua attenzione verso gli allenamenti crebbe progressivamente, intensificandone intensità e durata in vista dei futuri giochi del 1952 ad Helsinki. Le aspettative erano alte: Bannister sperava di vincere quella gara e, a sua volta, la Gran Bretagna si aspettava molto da lui. L’attesa competizione sui 1500 metri di Helsinki non andò come tutti speravano: pur stabilendo il nuovo record britannico sulla distanza, non riuscirà a conquistare nessuna medaglia arrivando solo quarto. Una delusione enorme, tale da fargli pensare di smettere definitivamente con lo sport e di dedicarsi solo allo studio, essendo ormai vicino alla laurea in Medicina. Il suo allenatore, Franz Stampfl, un ex soldato austriaco sopravvissuto ad un naufragio nuotando per otto ore nelle gelide acque dell’Atlantico, lo convinse a continuare. Offrì a Bannister l’unica sfida che avrebbe potuto incendiare il suo cuore: – «Sarai tu a dimostrare che l’impossibile è possibile, correre il miglio sotto i quattro minuti» –. Stampfl, ritenuto uno dei migliori allenatori di sempre, riuscì a conciliare il duro metodo ortodosso – «Non preoccuparti, è solo dolore» – ad innovative metodiche di allenamento, introducendo per primo il concetto di interval-training. Così, affiancato dal suo mentore, Bannister riprese ad allenarsi in pista al Paddington Recreation Ground, un enorme parco a Maida Vale, nella città di Westminster, scelto per la vicinanza con l’ospedale di St Mary, che frequentava come studente in Medicina. Gli studi gli consentivano di allenarsi soltanto per un’ora al giorno, dopo le lezioni, talvolta di notte. Non vedendo grandi miglioramenti decise di prendersi una pausa con l’amico Chris Brasher. «Partimmo per la Scozia – racconterà in seguito – e scalammo montagne per quattro giorni rischiando ripetutamente la vita. Poco cibo, niente sonno. Ci facemmo entrambi male ad una caviglia. Convinti di sbagliare, tornammo a casa prima di fare altri guai. Al ritorno, però, in allenamento andavo molto più veloce». L’australiano John Landy aveva corso la distanza del miglio in 4’02”6 diverse volte dall’inizio dell’anno ed altri atleti nel mondo stavano tentando di battere quel record impossibile. Bannister sapeva che doveva fare in fretta, così decise di tentare. E così, a poche settimane alla Laurea, programmò il tentativo nel corso di un meeting tra la British Academy e l’Università di Oxford nel piccolo stadio di Iffley Road Track a Oxford. Gli esperti ritenevano che quel record potesse essere infranto solo in un giorno senza vento, con circa 20 gradi Celsius di temperatura e su una pista di argilla secca e dura. Il 6 maggio 1954, non era quel giorno. Era freddo e umido, con venti gelidi fino a venticinque miglia all’ora (40 km/h). Bannister, che per cinque giorni si era riposato per accumulare energia fisica e psicologica, si svegliò presto quel mattino, completamente assorbito da una sola idea: ‘sotto i quattro minuti!’. Guardò fuori dalla finestra con un misto di eccitazione e terrore. I rami dell’albero che aveva di fronte oscillavano al vento, il cielo era grigio, le nuvole sputacchiavano una pioggerella insistente: la sua idea, assurda per tutti, sembrava in quel momento esserlo anche per lui. Ma la storia aveva deciso al posto suo. Passò in laboratorio per cercare di limare e alleggerire i chiodi delle scarpette: – «Ogni etto in meno quando sei sfinito è una benedizione» – disse ad un compagno che lo osservava perplesso (per lo stesso motivo non indossava neanche i calzini). Sul treno che da Paddington lo portava ad Oxford incontra Franz Stumpfl: – «Allora non lo chiamavo coach, ma mi fidavo dei suoi consigli. Aveva assorbito Freud, credeva nella forza della volontà. Toccava a me decidere, se affrontare il temporale. Lui mi spiegò che a volte è meglio partire, piuttosto che vivere nel rimpianto. E che forse non avrei avuto un’altra occasione». Dopo aver mangiato a casa di amici si reca allo stadio, il tempo è sempre pessimo. Alle 6 del pomeriggio però, per l’evento numero 9 in programma, il vento calò, smise di piovere, decise di provare. A commentare l’evento in diretta per la BBC è l’avvocato Harold Abrahams, vincitore dell’oro olimpico sui 100 metri a Parigi nel 1924 (il famoso ebreo volante ispiratore del film Momenti di gloria). Allineato in partenza con il pettorale numero 41, Roger Bannister inizia la gara della vita, affiancato, con funzioni di lepre, dall’amico storico Chris Basher (futuro oro nei 3.000 siepi ai Giochi di Melbourne) e da Christopher Chataway (sfortunato protagonista dei 5.000 olimpici di Helsinki). Quest’ultimo non lo aiutò molto nella seconda parte di gara e così Bannister fu costretto a percorrere l’ultimo giro sotto il minuto, con gli ultimi 100 metri fatti con testa rovesciata all’indietro, il respiro che faticava ad uscire e il cuore che sembrava rompere il petto. All’arrivo Bannister svenne, perdendo per qualche attimo la vista.

Roger Bannister about to cross the tape at the end of his record breaking mile run at Iffley Road, Oxford. He was the first person to run the mile in under four minutes, with a time of 3 minutes 59.4 seconds. (Photo by Norman Potter/Central Press/Getty Images)

Appena si riprese riuscì a malapena ad ascoltare il risultato ufficiale dato dall’annunciatore Norris McWhirter (quello del The Guinness Book of Records): «Signore e signori, ecco il risultato dell’evento numero nove, il miglio: primo, numero quarantuno, Roger Bannister, Amateur Athletic Association e ex Exeter and Merton Colleges, Oxford, con un tempo che è un nuovo record del meeting e della pista e che – se ratificato – sarà un nuovo record per un nativo inglese, per un nazionale britannico, per un All-Comers, per un europeo, per un cittadino dell’impero britannico e anche record mondiale. Il tempo è tre…».

Non riuscì a finire la frase, che alla parola ‘tre’ il boato della folla soffocò il resto dell’annuncio e la maggior parte delle 3000 persone presenti si riversarono sulla pista per abbracciare quello che immediatamente diventò un eroe nazionale. La parola tre, solo quella importava: il 6 maggio del 1954 Bannister stabilì l’unico record di atletica in cui nessuno ascoltò i secondi e nemmeno i decimi. Un uomo aveva corso la distanza sotto i quattro minuti, la barriera sul miglio era crollata. Il muro invalicabile non c’era più: quel muro, ora, aveva una breccia e molti scoprirono di poterci passare, a partire da John Landy, un australiano che solo dopo 46 giorni migliorò quel record, seguito nei mesi successivi da molti altri atleti. Bannister, oltre a stabilire un record, aveva ridefinito i limiti umani. La famosa foto che lo ritrae sorretto dai giudici e trasfigurato dallo sforzo finale sembra un grande quadro storico, dice tutto: sul tempo (meteo), sui tempi, sulla fatica, sulla commozione, su un paese ancora in bianco e nero.

Giuseppe Moscati, terzo da sinistra seduto, giovane docente tra i suoi primi studenti

«Bruciavo tutto, dolore ovunque, non avevo più voglia di vivere. Ma ce l’avevamo fatta. Quando, dove e come volevamo» – raccontò Bannister tempo dopo. Nello stesso anno conquistò anche l’oro europeo sui 1500 metri e sconfisse, battendolo in volata, quel John Landy che gli aveva tolto il record mesi prima, nella storica sfida dell’agosto 1954 del ‘Mile of the Century’ (peraltro riconquistando il record). A soli 6 mesi dalla quella epica impresa, a soli 25 anni, il dott. Bannister annunciò il ritiro dall’atletica. «Ora ho un incarico ospedaliero, e non avrei tempo per garantire prestazioni di primo piano», spiegò in una lettera ai giornalisti sportivi britannici. «Traguardi di basso livello non mi darebbero soddisfazione, e non sarebbe giusto ottenerli rappresentando il mio Paese». Altro che superstar dello sport dei giorni nostri. Specializzato in neurologia, divenne un rinomato specialista al Pembroke College di Cambridge, dedicandosi in modo particolare allo studio del sistema nervoso autonomo (è stato autore di oltre 80 pubblicazioni scientifiche e numerosi capitoli di libri di testo). Bannister ha continuato a servire l’Inghilterra per decenni come medico, prima di andare in pensione nel 1993, stereotipo immortale dell’eroe vittoriano, umile e straordinario insieme, devoto alla patria. Fu ricevuto da Churchill, premiato come ‘men of the year’, nominato cavaliere, osannato. Su quel record è stato girato un film – Four Minutes – sono stati scritti libri e persino coniata una moneta da 50 pence (con la falcata e il tempo di Bannister). Ma quel record, ‘The Miracle Mile’, non lo interessò mai. A casa sua mostrava quello che considerava il suo vero trofeo, un obelisco di vetro, premio dell’Accademia americana di neurologia. Spiegava: «Lo sport è un passaggio, un momento, poi c’è altro. Un uomo deve realizzarsi, scoprirsi, non replicare all’infinito. Così si arriva all’ipertrofia. Ho quattro figli, quattordici nipoti, ho saputo esistere, vivere un’altra dimensione». Ricevette una quantità spaventosa di lettere, da tutto il mondo. Non era necessario sapere l’indirizzo, bastava semplicemente scrivere sulla busta: ‘Roger Bannister, miler, England’. Le scarpe del record sono state battute all’asta da Christie per 266.500 sterline.

E lui, Sir Roger, devolveva tutto alla lotta contro le malattie neurologiche. Sapeva che il cervello, se si mette correre, è imbattibile. Un campione di altri tempi, insomma. Malato di Parkinson dal 2011, si è spento nel sonno a 88 anni nel suo cottage a Oxford il 3 marzo del 2018. Un grande atleta che firmando il miglio del miracolo aveva cambiato un’epoca, ma anche un grande medico che voleva diventare famoso… ma non per altro.

LONDON, UNITED KINGDOM – FEBRUARY 28: Sir Roger Bannister, 87, who was the first man to break the four-minute mile, at Buckingham Palace in central London with his wife Moyra, after receiving his award as a Companion of Honour from the Duke of Cambridge on February 28, 2017 in London, England. (Photo by Nick Ansell – WPA Pool/Getty Images)

L’uomo che può spingere se stesso quando

lo sforzo diventa doloroso è l’uomo che

vincerà



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