Il dott. Ernesto Guevara de la Serna

«O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza».

C’erano tutti i presupposti, anche nei suoi discorsi iniziali, per passare alla storia come un grande personaggio che si prende cura dei malati, soprattutto se poveri ed esclusi: la buona famiglia, l’istruzione, la cultura in generale, ma la storia, quella ‘vera’, racconta ben altro. Ernesto Rafael Guevara de la Serna, detto il ‘Che’, nasce il 14 giugno del 1928 a Rosario de la Fè, in Argentina, da una famiglia borghese benestante di origini ispano-irlandesi. Il padre, Ernesto Guevara Lynch, è un ingegnere civile, la mamma, Celia de la Serna, è una donna colta, grande lettrice ed amante della letteratura francese, ed avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica.

Il piccolo Ernesto non patirà per la fame o la povertà che affligge molti suoi coetanei dell’America Latina, soffrirà invece per una grave forma di asma che lo colpisce fin da piccolo: i suoi maggiori biografi scriveranno che egli spese tutta la vita cercando di dominare la malattia cui deve,  probabilmente, il suo spirito ribelle e avventuroso e la ferrea determinazione di superare tutte le difficoltà. Determinazione che gli consente, nonostante la patologia, di praticare diversi sport, in modo particolare il rugby, e al contempo dedicarsi alla lettura – spaziando da Freud a Baudelaire, da Zola a Steinbeck a London e Neruda – e al gioco degli scacchi, altra sua grande passione. Tornato con la famiglia a Buenos Aires dopo vari spostamenti, legati alla ricerca di zone climatiche ideali, Guevara termina gli studi liceali, durante i quali si distingue sia per la preparazione che per il suo essere anticonformista e indisciplinato. La morte dell’amata nonna paterna Ana Isabel, cui rimarrà accanto negli ultimi giorni di agonia, spinge il giovane Ernesto ad iscriversi alla Facoltà di Medicina. Diventa assistente-ricercatore volontario nella Clinica diretta dal dottor Salvador Pisani che conduce ricerche contro le allergie e decide di specializzarsi anch’egli nel trattamento delle allergie. Ma la sua vera passione è il viaggiare. Una prima esperienza fatta agli inizi del 1950 in sella alla sua bicicletta – che aveva dotato di un piccolo motore Garelli e con cui percorrerà oltre 4000 Km! – aumenta l’innata voglia di conoscenza e di avventura di Guevara. Sospinto dall’amico e suo ex allenatore di rugby Alberto Granado, un biochimico che gestisce una farmacia e lavora in un lebbrosario a San Francisco del Chañar, inizia a progettare un grande viaggio per conoscere l’America Latina. E così, il 4 gennaio del 1952, i due compagni partono da Buenos Aires a bordo della Poderosa II, una motocicletta Norton Model 18, divenuta culto e moda allo stesso tempo in quegli anni.

La Norton 500 cc Model 18 del 1939
La Norton 500 cc Model 18 del 1939

Alberto ed Ernesto percorreranno migliaia di chilometri, dall’Argentina al Cile, dal Perù alla Colombia fino in Venezuela, scoprendo civiltà sconosciute, tradizioni dimenticate, lingue antiche: ma toccheranno con mano anche le pene del popolo sudamericano, vessato da povertà e malattie, schiacciato da un incombente capitalismo che non esita a sopprimere i più deboli. Una straordinaria avventura che finirà il 17 luglio a Caracas, dopo oltre nove mesi, dove Granado si ferma per lavorare in un lebbrosario – raccomandato dal dottor Pesce, fondatore del lebbrosario di Huambo in Cile dove i due avevano soggiornato tempo prima – mentre Guevara decide di far ritorno in Argentina. Il ‘Che’ vuole tornare agli studi e laurearsi in fretta per rendersi utile, dopo quello che ha visto gironzolando per il continente: immagini, persone ed esperienze che l’argentino ribelle racconterà nel suo indimenticabile diario Latinoamericana, divenuto poi sceneggiatura del pluripremiato film di Walter Salles I diari della motocicletta (2004).

Quando Guevara torna in Argentina è il 31 agosto del 1952, da pochi giorni l’Argentina piange la morte a soli 33 anni dell’amatissima Evita Peròn. Nonostante una malattia infettiva lo costringa a letto per un lungo periodo di tempo, Ernesto supera in rapida successione i rimanenti 14 esami e il 12 giugno del 1953 si laurea in Medicina. Tutta la famiglia è felice, anche se Ernesto sta già progettando una nuova partenza, che stavolta cambierà per sempre il corso della sua vita… Prima in Bolivia, poi di nuovo in Cile dall’amico Pesce, ancora in Ecuaduor ed infine in Guatemala dove assiste al colpo di stato sostenuto dalla CIA contro il governo progressista del dittatore Jacobo Arbenz, fatto che rafforzò le sue idee sul ruolo degli USA in America Latina dove ogni governo teso a cambiare la società doveva inevitabilmente fronteggiare l’implacabile opposizione di un nemico potente e spietato come gli Stati Uniti d’America. Il Che, tuttavia, anziché sacrificarsi a difesa del ‘compagno’ Arbenz, scappa e si rifugia nell’ambasciata argentina per poi riparare in Messico. Qui entra in contatto, grazie alla sua prima moglie, la peruviana Hilda Gadea, con un gruppo rivoluzionario che cospirava contro il presidente cubano Fulgencio Batista: una storica notte del 1955, il Che incontra un giovane avvocato in esilio militante del gruppo che si prepara a rientrare a Cuba, tale Fidel Castro. I due entrano subito in sintonia condividendo gli ideali, il culto dei ‘guerriglieri’ e la volontà di espropriare il dittatore Batista dal territorio cubano. Castro aveva bisogno di uomini affidabili e Guevara cercava un’organizzazione e una causa per la quale combattere. Un’amicizia ‘che cambierà il mondo’ – come la definirà in seguito Castro – che si plasma con l’imbarco dei due sul Granma il 25 novembre del 1956 alla volta di Cuba: un’azione che all’inizio si dimostra un fallimento con la maggior parte degli 88 membri della spedizione uccisi o fatti prigionieri poco dopo lo sbarco.

Lo Yacht Granma
Lo Yacht Granma

I pochi sopravvissuti saranno costretti a riparare sulle montagne della Sierra Maestra (si racconta di soli 15 uomini, tra i quali l’italiano Gino Donè Paro, unico europeo ad aver partecipato alla rivoluzione cubana). Da qui però Guevara, a capo di una colonna di barbudos, organizzerà una efficace guerriglia guadagnandosi un’enorme reputazione per coraggio, audacia e abilità militare. Allo stesso tempo però, inizia a manifestare una crescente crudeltà e determinazione: emblematico l’episodio in cui, senza processo, ‘il comandante’ fa fucilare un giovane non ancora ventenne della sua unità, reo di aver rubato un pezzo di pane ad un compagno. Dopo due anni di scaramucce per le foreste cubane, nel dicembre del 1958 l’unità del Che riporta la prima grande vittoria su Batista nella famosa battaglia di Santa Clara, che, di fatto, unita alla fuga del dittatore nella Repubblica Dominicana,  permette a Castro e Guevara di fare il loro ingresso trionfale nella capitale cubana l’8 gennaio del 1959. «Hasta la victoria siempre. Patria o muerte», sarà il grido simbolo del Che, usato spesso alla fine delle sue missive e successivamente dallo stesso Castro.

Una volta rovesciato il governo Ernesto Guevara, secondo per autorità solo a Fidel Castro, viene da questi nominato ‘procuratore’ della prigione La Cabaña: è lui a decidere le domande di grazia, e, sotto il suo controllo, l’ufficio diventa teatro di torture e omicidi tra i più efferati. Il Che, nato come medico che vuole aiutare i malati e gli oppressi, diventa una sanguinario rivoluzionario capace di uccidere a sangue freddo. Nel 1960 istituisce un campo di concentramento (‘campo di lavoro’) a Guanahacabibes, sulla penisola di Guanaha, cui ne seguiranno in rapida successione diversi altri sparsi per il Paese tra i quali uno dedicato ai bambini ed un altro speciale, il primo che la storia moderna ricordi,  per soli omosessuali. La maggior parte degli internati viene lasciata con indosso le sole mutande in celle luride, in attesa di tortura e probabile fucilazione: secondo alcune stime in questi luoghi troveranno la morte oltre 50.000 persone, per lo più ex compagni d’armi che si rifiutavano di obbedire e di piegare il capo ad una dittatura peggiore della precedente. Lo stesso Guevara, con una certa rozza franchezza, il 12 Dicembre del 1964, dichiarerà nel suo famoso discorso all’Assemblea Generale dell’ONU: «Fucilazioni? Certo! Noi abbiamo fucilato, fuciliamo, e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è fino alla morte».

Nel 1961 viene nominato Ministro dell’Industria e presidente del Banco Nacional, la Banca centrale di Cuba, e mentre si riempie la bocca di belle parole, sceglie di abitare in una grande e lussuosa casa colonica in un quartiere residenziale dell’Avana, pratica sport borghesissimi e passa il tempo tra feste e gare di tiro a volo, non disdegnando la caccia grossa e la pesca d’altura, con al polso il suo inseparabile Rolex (sembra un GMT MASTER). Mantiene invece intatte le abitudini che ne hanno caratterizzato da sempre il personaggio: la scarsa cura dell’igiene personale, particolare per il quale era soprannominato dai compagni El Chancho (il Porco), e il frequente intercalare in ogni suo discorso del ‘che’, tipica espressione del gergo basso-popolare argentino derivato dalla lingua Mapuche per rivolgersi ad un interlocutore (una specie del nostro ‘hei’), che i suoi compagni non tardarono ad attribuirgli come soprannome, nomignolo rimasto legato alla sua persona e con cui è universalmente conosciuto.

Guevara si dimostra una sciagura come ministro e come economista e, sostituito da Castro, viene da questi ‘giubilato’ come ambasciatore della rivoluzione. Insoddisfatto e desideroso di diffondere la rivoluzione su scala mondiale – famoso il motto «Creare due, tre, mille Vietnam!» – lascia Cuba per partecipare alla lotta rivoluzionaria in Africa. La località nella quale si spostò rimase a lungo segreta: per non imbarazzare il governo cubano e non fornire scuse agli imperialisti per attaccare l’isola, rassegnò le dimissioni da tutti i suoi incarichi governativi, nel partito e nelle forze armate, rinunciando, inoltre, alla sua cittadinanza cubana. Il suo continuo desiderio di diffusione della lotta armata – e forse un tranello dello stesso Castro per il quale era divenuto un problema – lo portano nel 1967 in Bolivia per un’altra rivoluzione. In quel terreno così difficile si allea col Partito comunista boliviano ma non riceve alcun appoggio né da parte del governo cubano, né da parte della popolazione locale: isolato e braccato, Ernesto Guevara de La Serna viene catturato dai miliziani locali e sommariamente giustiziato il 9 ottobre 1967. Il suo corpo esposto diviene un’icona e le crude immagini dell’obitorio vengono paragonate alla ‘deposizione di Cristo’. Tuttavia, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, il mondo intero lo ricorda più nella foto da vincitore all’apice del successo e del sogno di Korda che non in quella di Hutten scattata nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande, dove il cadavere del rivoluzionario venne portato da La Higuera. Il dottor  Ernesto Guevara, un medico per ben altri motivi famoso.

Marco Semprini

Che Guevara (foto di Marc Hutten)
Che Guevara (foto di Marc Hutten)

«Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi»

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