25 Gennaio 2021

Yard with Lunatics

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Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) completò Yard con Lunatics, mentre diventando sordo, affrontava la propria incalzante malattia mentale. La precisa malattia di Goya rimane sconosciuta ma si ipotizza, in base ad una diagnosi dell’epoca che recita – «i rumori nella sua testa non migliorano, tuttavia la sua visione è migliorata e lui è tornato al controllo del suo equilibrio» – che la sordità associata agli acufeni potesse essere espressione della malattia di Ménière oppure potesse dipendere dai postumi di una encefalite virale.

Commenti in cornice

di Efram L. Burk

 

Francisco José de Goya y Lucientes – olio su banda stagnata, 1794

32,7×43,8 cm, Meadows Museum, Dallas, Texas

Immagine del dipinto

Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) completò Yard con Lunatics, mentre diventando sordo, affrontava la propria incalzante malattia mentale. La precisa malattia di Goya rimane sconosciuta ma si ipotizza, in base ad una diagnosi dell’epoca che recita – «i rumori nella sua testa non migliorano, tuttavia la sua visione è migliorata e lui è tornato al controllo del suo equilibrio» – che la sordità associata agli acufeni potesse essere espressione della malattia di Ménière oppure potesse dipendere dai postumi di una encefalite virale. Altra ipotesi formulata è quella dell’avvelenamento da piombo, che aveva macinato per ottenere la vernice bianca, nella maggior parte delle sue composizioni. In realtà però, i tentativi di diagnosi postuma rimangono puramente speculativi ed ipotetici. In ogni caso, Yard with Lunatics rimane un caposaldo dell’opera di Goya, come descritto dallo storico dell’arte Arthur Danto, ed esprime il passaggio dell’artista da ‘un mondo in cui non c’erano ombre, in un mondo in cui non c’è luce’. Fino a quel momento, Goya si era occupato solo di ritratti su commissione per nobili e signori, ma con questo olio su banda stagnata, inizia la produzione di opere tra naturalismo e fantasia, che lo occuperanno per il resto della vita. Quest’opera ha consentito a Goya non solo di riflettere su sé stesso e sulla paura di impazzire, ma anche, al contempo, di commentare la situazione dei manicomi, che secondo lo storico dell’arte Robert Highes non erano altro che «buchi nella superficie sociale, piccole discariche in cui lo psicotico poteva essere gettato senza il minimo tentativo di scoprire, classificare o trattare la natura della sua malattia».

La composizione rappresenta figure in una cella di una stanza buia e spoglia, con pareti alte ed un singolo arco di pietra, al centro del quale lottano due uomini, mentre su entrambi i lati i pazienti abbandonati fissano lo spettatore. Questo era il destino dei malati di mente, rinchiusi assieme ai criminali e spesso picchiati per punizione. Il soffitto lascia trasparire la luce del sole, evidenziando ed esaltando lo scenario da incubo sottostante. In una lettera del 1794, Goya riferisce ad un suo amico di essere stato testimone a Saragozza di ciò che ha dipinto, descrivendolo come «un cortile di pazzi, in cui due uomini nudi combattono, mentre il loro guardiano li picchia». L’opera potrebbe essere interpretata come una denuncia delle istituzioni psichiatriche e delle loro pratiche, ma anche dell’espressione del subconscio e delle sofferenze di un artista che, da ritrattista su commissione, diviene il ritrattista più spietato dello squallore dell’umanità. Questa svolta artistica si conferma nelle opere successive, come nei Los Caprichos, una serie di ottante acqueforti pubblicate nel 1799 e raffiguranti amori tragici, stregonerie e feroci satire di natura politica, clericale ed erotica, e nelle sue pitture nere, dipinte sulle pareti della propria abitazione presso Madrid, conosciuta come la ‘Quinta del Sordo’. Questo ciclo di quattordici dipinti, tutti realizzati con pittura ad olio su intonaco, non erano stati commissionati e pertanto non destinati al pubblico. Tra essi il Saturno che divora i figli, iconico e terrificante, è conservato oggi nel museo del Prado.

Il vero artista? Colui che sa imitare
con la massima fedeltà l’espressione naturale


Francisco José de Goya y Lucientes

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