5 Agosto 2021

San Rocco risana gli appestati

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Realizzata nel 1549 dal pittore veneziano Jacopo Robusti (1518-1594) – detto ‘Tintoretto’ per il mestiere del padre, tintore di tessuti – San Rocco che risana gli appestati è la prima delle quattro tele eseguite per il presbiterio della Chiesa di San Rocco.

Commenti in cornice

di Efram L. Burk

Tintoretto – olio su tela, 1549

307 x 673 cm, Chiesa di San Rocco, Venezia

 

Realizzata nel 1549 dal pittore veneziano Jacopo Robusti (1518-1594) – detto ‘Tintoretto’ per il mestiere del padre, tintore di tessuti – San Rocco che risana gli appestati è la prima delle quattro tele eseguite per il presbiterio della Chiesa di San Rocco. Le tele narrano le ultime vicende della vita del santo al quale Venezia si votò per chiedere la grazia nella prima delle grandi epidemie di peste che colpirono la città lagunare. Il pittore aveva ottenuto l’incarico di decorare la Scuola di San Rocco e l’adiacente chiesa.

Si tratta della prima rappresentazione della peste nell’arte veneta, un’opera straordinaria nella resa drammatica dell’interno del lazzaretto, resa ancor più suggestiva dalla doppia illuminazione, creata sullo sfondo dalle torce ed in primo piano da un fascio di luce irreale, che penetra lateralmente da sinistra. Nella tela, che costituisce il vero inizio della sua attività per la Scuola, il giovane pittore inaugura una nuova concezione del notturno, suggestivamente rotto da luci artificiali. Come in molte sue opere, raffigura in primo piano un pavimento libero ed in prospettiva, che si apre su un’ampia scena, limitata da due donne ai lati, con la funzione di raccorciare la distanza visiva tra lo spettatore ed il fulcro della scena rappresentata, aiutandolo a introdurre il suo sguardo all’interno di essa. Al centro di essa, San Rocco, con la testa illuminata dal nimbo raggiante, unica vera luce nelle tenebre, unica vera speranza contro la peste, si piega per benedire con il tocco della mano la piaga di un malato, per una delle sue miracolose guarigioni. Più in fondo, immerse nell’oscurità, alcune figure illuminate soltanto dalla flebile candela appesa alla parete, si apprestano a tumulare un morto. Le figure femminili ai lati della composizione sono probabilmente delle prostitute assoldate in tempi di crisi per l’assistenza agli ammalati.

Per affrontare la malattia portata dai ratti delle navi mercantili, Venezia istituì misure precauzionali, trasformando gli edifici in ospedali, e perciò la scena potrebbe essere la raffigurazione del Lazzaretto Nuovo o del Lazzaretto Vecchio, entrambi costruiti sulle isole della laguna fin dal 1423. Tintoretto infonde la scena con due distinte fonti luminose, una reale, nella torcia fiammeggiante nel mezzo del dipinto, l’altra apparentemente soprannaturale, nel fascio di luce che inonda i pazienti sofferenti in primo piano. Questo approccio sarà un elemento distintivo dello stile maturo del maestro, che sperimentò, attraverso piccoli modelli di cera collocati su un palcoscenico, la composizione e gli effetti di luce ed ombra.

La Scuola Grande di San Rocco, fondata nel 1478 da una confraternita laica impegnata nella lotta contro la pandemia, è il luogo di sepoltura del santo francese, che divenne protettore sin dal Medioevo dello stesso male di cui morì ed al quale gli appestati si rivolgevano, invocando sollievo e guarigione, anche se ‘ci si ammalava senza una ragione ed ugualmente si guariva’.

La morte nera giunse a Venezia nel 1348 dalla Dalmazia, attraverso le imbarcazioni mercantili, trasportate da marinai contagiati, che si mescolarono incoscienti tra la popolazione e ne provocarono il contagio di quasi il 70%. La seconda ondata pestilenziale si presentò nel 1423 e per tre mesi si registrarono circa quaranta decessi al giorno. Tra il 1575 ed il 1577, su 180.000 abitanti, ne morirono circa 50.000. Gli ammalati stazionavano, fino alla fine dei loro giorni o della loro guarigione, nel Lazzaretto Vecchio, mentre i sopravvissuti e coloro che erano entrati in contatto con persone contagiate dovevano precauzionalmente soggiornare nel Lazzaretto Nuovo per un periodo di quarantena. L’epidemia del Seicento fu anche l’ultima, portò anch’essa morte e disperazione, ma anche un maggior contagio per l’incauto tentativo di nascondere l’epidemia ed evitare l’isolamento commerciale. Questa dura lezione impartita ai Veneziani ed una ormai consolidata esperienza nella gestione sanitaria dell’infezione, evitò ulteriori epidemie nella Serenissima, ciò che purtroppo non avvenne in altre città e porti d’Europa.

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