27 Novembre 2020

Non c’è solo il male …

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Gli stati d’animo vissuti nei giorni di maggiore allerta della pandemia, mi hanno evocato due letture che hanno entrambe a che vedere con la guerra e la lotta interiore. La prima è “Una vita sospesa 1938-1945” del neuroscienziato Giulio Levi che negli anni della pensione si dedica con successo a scrivere libri per bambini. O meglio, libri che narrano storie viste con gli occhi dei bambini ma in qualche caso scritte per gli adulti affinché acquistino consapevolezza e conservino la memoria.

Editoriale rivista n.16

di Stefano Strano

 

Gli stati d’animo vissuti nei giorni di maggiore allerta della pandemia, mi hanno evocato due letture che hanno entrambe a che vedere con la guerra e la lotta interiore. La prima è “Una vita sospesa 1938-1945” del neuroscienziato Giulio Levi che negli anni della pensione si dedica con successo a scrivere libri per bambini. O meglio, libri che narrano storie viste con gli occhi dei bambini ma in qualche caso scritte per gli adulti affinché acquistino consapevolezza e conservino la memoria. La seconda è “La Peste”, il romanzo del filosofo esistenzialista  Albert Camus.

Nella prima storia Giulio Levi narra della “vita sospesa” del padre Sergio che, giovane e brillante pediatra fiorentino dell’ospedale universitario Meyer, all’epoca dell’emanazione delle leggi razziali del 1938 fu costretto a rinunciare alla sua vita professionale per affrontare sette anni di fughe nei quali l’intelligenza, l’amore della moglie Tilde ed il destino gli permisero di portare in salvo la sua famiglia. In questo racconto rivedo la privazione della libertà e l’allontanamento dai propri luoghi e dagli affetti che l’epidemia ci ha costretto ad accettare fiduciosamente verso un domani che non sappiamo immaginare. Sergio riuscì a preservare i suoi bambini dalle sofferenze fisiche provocate dalla follia della guerra e dell’odio razziale ma non dalla prova interiore della separazione e della perdita di una serenità che deriva dalla libertà di sognare e progettare il futuro o semplicemente quella di muoversi nel proprio mondo, tra i propri affetti. Quando finirono i giorni della follia, Sergio ne uscirà comunque con un profondo senso di frustrazione che verrà mitigata dalla visione di Tilde, più ottimista verso il futuro: “…non c’è solo il male …siamo sani e salvi, e lo siamo grazie alla bontà e alla generosità di tante persone che ci hanno aiutato, che hanno rischiato per noi, sapendo di rischiare.”. Nel 1946 Sergio Levi fu nominato direttore dell’istituto medico pedagogico Umberto I di Firenze e molto di bene fece per i giovani con disturbi cognitivi e caratteriali. Proprio l’aver sperimentato il senso di frustrazione, il pessimismo per il futuro, una certa rabbia per la malafede e una certa incapacità della politica (che per dirla come Benedetto Croce equivale alla disonestà) mi ha fatto tornare in mente questa storia nella quotidianità di medico cardiologo all’epoca di una pandemia. Le analogie tra la storia passata ed il nostro presente non vanno sempre ricercate nei fatti ma anche nei racconti  di “vita sospesa” che spesso sono generati da fatti drammatici. E vite sospese sono anche quelle delle numerose persone con patologie croniche che l’emergenza  COVID ha fatto “dimenticare”.

Dal febbraio scorso l’Ictus Cerebrale e l’Infarto Miocardico hanno fatto registrare un calo fino al 40% degli accessi in pronto soccorso, verosimilmente dovuto alla paura di essere contagiati dal coronavirus mentre ogni giorno muoiono nel nostro paese 638 persone (dati Istat) per malattie che colpiscono il sistema cardiovascolare. Probabilmente le persone con patologie croniche metaboliche e vascolari, spinte dalla paura, hanno omesso  comportamenti appropriati vanificando 20 anni di campagne d’informazione e prevenzione sul riconoscimento dei sintomi di allarme dell’ictus e dell’infarto miocardico e sul controllo dei fattori di rischio cardiovascolare. Un’indagine condotta dalla “Rete Italiana delle Neurocardiologie” e dal Dipartimento di Scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari dell’Università di Roma “Sapienza” in collaborazione con l’associazione cooperativa romana “Mondo Farmacia”, alla quale hanno partecipato 54 farmacisti su un campione di 107 farmacie, ha rivelato che 20 farmacisti  hanno avuto esperienza di clienti con sintomi di allarme per infarto o ictus che hanno rinunciato a chiamare il 118 per evitare il rischio di contagio. Inoltre il 78% degli intervistati ha dichiarato una significativa diminuzione delle domande da parte dei clienti sui problemi riguardanti la pressione arteriosa ed il 42% ha riscontrato un calo superiore al 30% della vendita dei prodotti per la cura dell’ipertensione.  Ciò significa che da quando si è instaurata l’emergenza da Covid-19, lo spazio ed il tempo di ascolto delle persone si è drasticamente ridotto anche in un luogo così accessibile come la farmacia, tanto da compromettere la richiesta e la dispensazione dei normali sussidi per la salute cardiovascolare. Un dato questo che va tenuto in grossa considerazione nella consapevolezza che la lotta alla Covid-19 nella fase 2 si vincerà solo potenziando i servizi per la salute sul territorio per ridurre l’impatto sulle strutture di pronto soccorso. Gli ospedali dovranno invece far fronte ad un prevedibile aumento di eventi cardio e cerebrovascolari e di scompenso cardiaco ed un notevole allungamento delle liste d’attesa per prestazioni specialistiche ambulatoriali. La seconda lettura che la vicenda pandemica ha evocato alla mia mente, è “La Peste” di Camus. Questo romanzo segna l’evoluzione del pensiero esistenzialista del filosofo verso il senso della Solidarietà. Ho pensato che la crisi economica e sociale causata dalla pandemia, così come la mancanza di respiro, sia uno dei danni a lungo termine più gravi della malattia da virus SARS-COV-2 e che gli atti concreti di solidarietà saranno la nostra cura. In questo numero di Spels Academy dedicato alla COVID-19 leggeremo una pregevole ed articolata analisi di Sergio Bruno, illustre economista. Infine l’Eroismo, è uno dei temi più importanti de “La peste”. Non manca lo spirito di sacrificio, la generosità, la volontà di fare del bene, ma l’uomo che compie queste azioni non ha un ruolo privilegiato. Uno dei personaggi del romanzo, Rambert il giornalista, afferma di non credere nell’eroismo degli uomini che muoiono per un’idea. Crede invece che gli uomini debbano vivere e morire per amore. Verranno giorni più difficili di questi e se non troveremo la cura rischieremo di avere più morti di quanti ne abbiamo avuti per gli effetti diretti del virus . Non abbiamo bisogno di eroismo ma di solidarietà e di farci carico della sofferenza altrui, uno dei valori fondanti dell’umanità.

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