22 Settembre 2021

Lo sport nel disagio psico-sociale

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Lo sport ha subito negli ultimi anni una crescente evoluzione, a tal punto che non solo ha coinvolto gli aspetti culturali (educativi e formativi), sociali (inclusione e coesione), ambientali ed economico-finanziari della società (centri di ricerca e studi universitari, imprenditoria del settore, istituzioni, enti ed associazioni di promozione sportiva locali e nazionali), ma ha avuto anche – e soprattutto – una grande valenza medico-sanitaria sul versante preventivo, terapeutico e riabilitativo.

di Nicola Iacovone

Premessa

Lo sport ha subito negli ultimi anni una crescente evoluzione, a tal punto che non solo ha coinvolto gli aspetti culturali (educativi e formativi), sociali (inclusione e coesione), ambientali ed economico-finanziari della società (centri di ricerca e studi universitari, imprenditoria del settore, istituzioni, enti ed associazioni di promozione sportiva locali e nazionali), ma ha avuto anche – e soprattutto – una grande valenza medico-sanitaria sul versante preventivo, terapeutico e riabilitativo.

Il tutto deve essere visto nell’accezione più ampia di sport, ossia quale ricerca di uno stile di vita che sia espressione corporea di ‘benessere psico-fisico’ individuale e collettivo, con ‘costi sostenibili’ da chiunque ne fruisca.

È lo sport visto come ‘bene pubblico’ da tutelare e salvaguardare per noi e le generazioni future.

Psicopatologie e sport

In tutte queste sindromi, fondamentalmente, vi è una percezione distorta del proprio corpo, per cui l’attività sportiva rappresenta, con la psicoterapia, un punto essenziale di partenza per recuperare le interconnessioni esistenti tra mente e corpo che spesso, in queste condizioni, vengono meno. Del resto, il corpo rappresenta per ognuno di noi, al tempo stesso, oggetto e soggetto del proprio vissuto nei rapporti con l’ambiente che ci circonda (persone e cose).

Con questa chiave di interpretazione va sottolineata l’importanza che ha l’attività ludico-sportiva nel ristabilire i giusti rapporti tra oggetto somatico e soggetto con un proprio intelletto e quindi, al tempo stesso, un corpo in grado di pensare, comunicare, progettare e, infine, agire.

L’immagine del proprio corpo e la sua dinamicità, la creiamo nel momento in cui osserviamo un’altro corpo, soprattutto quando esso esprime movimento, oppure agendo noi stessi nei confronti degli altri.

Queste continue percezioni permettono di ristabilire l’unità integrativa tra mente e soma (essere ed avere) al fine di recuperare la dissociazione precedentemente interrotta, in vario grado, tipica delle psicopatologie (la depressione è il disturbo mentale più diffuso e si stima che in Italia superino i 2,8 milioni, ossia il 5,4% delle persone di 15 anni e più – Dati ISTAT, 2018).

La mortificazione del corpo, la frantumazione di esso o la reificazione, sono allo stesso tempo il punto finale di tali sindromi e il punto di partenza per gli obiettivi terapeutici.

Ad esempio, nelle nevrosi, soprattutto nelle forme ipocondriaca, isterica, depressiva e ansiosa, lo sport aiuta a controllare le forti emozioni, ad attuare mezzi di difesa dell’Io, a scaricare gli stati d’angoscia, a rafforzare la volontà ed a trovare una ricompensa delle proprie frustrazioni. Questo grazie alle attività sportive di gruppo dove prevale l’autocontrollo (calcio, rugby, pallavolo, pallacanestro, arti marziali, ecc.).

Numerosi studi hanno dimostrato che nel trattamento delle forme depressive di entità lieve o moderata (anche nelle forme ansiose), l’attività fisica è equivalente alle varie psicoterapie e che non ci sono differenze nell’effetto terapeutico tra la pratica di esercizi aerobici oppure anaerobici (depressione maggiore, disturbo ossessivo-compulsivo, da attacco di panico, d’ansia sociale/fobia sociale, d’ansia generalizzata, da stress post-traumatico). Inoltre, è stato evidenziato che i soggetti non praticanti attività fisico-motoria sono significativamente più a rischio rispetto ai praticanti (stimolazione del sistema endorfinergico e monoaminergico nei praticanti sport).

Secondo l’American College of Sport Medicine, per ottenere effetti terapeutici dallo sport, si consiglia un’attività muscolare per 20-60 minuti, 3-5 giorni alla settimana, al 60-80% della frequenza cardiaca massima (220 meno (-) l’età del soggetto), oppure un consumo calorico pari a circa 2000 Kcal/settimanali.

Nelle psicosi si attuerebbero i migliori risultati dello sport, come psicoterapia. Infatti, la dissociazione tra l’io-mente e il corpo-oggetto viene vanificata dalla metamorfosi impressa dal movimento e, di conseguenza, il corpo vissuto come unità integrativa nello spazio e nel tempo. Ciò è facilmente evidenziabile nelle forme catatoniche dove lo sport permette di vivificare il proprio corpo.

Tossicodipendenza e sport

L’attività sportiva, così come l’intervento psico-terapeutico, mira a contenere ed eventualmente elaborare le forti emozioni, affrontare e superare crisi, mantenere la stabilità funzionale della personalità del tossicodipendente (anche del sieropositivo all’HIV). In una malattia così devastante, la gestione delle emozioni mira a rafforzare le difese psicologiche ed i meccanismi preposti a risolvere le difficoltà, le quali si possono presentare con sintomi depressivi, ansiosi, di ira, ecc. Il fenomeno della tossicodipendenza può essere definito come un universo multifattoriale e variegato, dove motivazioni sociali, culturali, politiche, giuridiche e sanitarie difficilmente trovano attecchimento nella soluzione terapeutica del problema.

Tantomeno la medicina è sufficiente da sola a risolverlo, e ad aggravare il tutto, si è aggiunta l’interconnessione tra le droghe e le malattie infettive (AIDS, patologie opportunistiche ad essa correlate, epatiti croniche, overdose, ecc.). Purtroppo, la tossicodipendenza ha coinvolto, senza nessuna distinzione, tutte le classi sociali, rendendo uniformi ed omogenei gli stili di vita delle stesse. Spesso gli atteggiamenti d’intolleranza, le difficoltà comunicative e la mancanza di gratificazioni nell’affrontare il problema della tossicodipendenza, hanno finito per aggravare il tutto.

Come prima regola, è opportuno classificare il grado di coinvolgimento del paziente con le varie sostanze o droghe e quindi delinearne le caratteristiche:

Consumatore occasionale – basso consumo di sostanze, facilmente interrompe senza conseguenze, conserva intatti i rapporti con la realtà.

Consumatore abituale – presenta iniziali fenomeni di tolleranza (deve aumentare la dose della sostanza per poter ottenere lo stesso effetto) e di dipendenza fisica e psichica (manifestazioni che indicano la scarsa capacità di controllo nei confronti della droga la quale viene assunta nonostante si verifichino reazioni avverse). I rapporti con la realtà sono ancora intatti e l’assunzione di sostanze è legata al mantenimento del benessere.

Tossicodipendente – presenta elevata dipendenza fisica e psichica così come di tolleranza. La capacità percettiva della realtà è affievolita.

Tossicomane – per poter ottenere gli stessi effetti deve aumentare le dosi progressivamente e qualsiasi sforzo e tutte le energie sono indirizzate al procacciamento della droga. I contatti con la realtà sono perduti. Rilevanti sono i fenomeni di astinenza (comparsa di sintomi e segni dovuti alla brusca sospensione della droga).

Come inserire lo sport in un programma terapeutico di riabilitazione

Nel consumatore occasionale e abituale, l’attività sportiva di ‘gruppo’ (sport di squadra o sport individuali in gruppo) costituisce un valido aiuto terapeutico, perché nella comunicazione, nel confronto e nei meccanismi di socializzazione che si vivono durante la pratica dello sport (soprattutto di ‘gruppo’), si verifica una riscoperta dei valori sociali positivi (porre attenzione affinché lo sport, per i motivi sopra citati, non costituisca motivo di divulgazione del fenomeno patologico iniziale). In quest’ultimo caso può essere opportuno consigliare sport ‘individuali’, inizialmente solo di ‘destrezza’ e successivamente ‘aerobici’ (quest’ultimi sono importanti per i benefici apportati dall’aumento ematico dell’oppioide beta-endorfina, dell’ACTH, del cortisolo e della leptina).

In ogni caso è opportuno che si giunga il più presto possibile alla pratica di uno sport di squadra (ad esempio il gioco del calcio o rugby), in quanto, con la pratica di essi, si possono cogliere i benefici legati all’estroversione, all’entusiasmo e alla comunicatività, associate ad astuzia ed intuizione, e si possono esaltare inoltre gli aspetti conservatoristici quali attaccamento alla disciplina e rispetto dell’autorità.

Chiaramente il consumatore occasionale, conservando integri i rapporti con la realtà, qualora già pratichi un’attività sportiva, non solo può proseguire a praticare la stessa, ma può costituire un valido stimolo per coinvolgere gli altri soggetti nella pratica della disciplina sportiva in questione.

Nel tossicomane e nel tossicodipendente, l’attività sportiva interviene nella fase di ‘reinserimento sociale’ del soggetto, successivamente o immediatamente dopo l’intervento terapeutico medico della disintossicazione, con le stesse modalità e procedure illustrate precedentemente.

Nella tossicodipendenza, come nell’alcolismo – altro grande problema sociale – è opportuno prevedere necessariamente tra gli ‘operatori sanitari di base’, le figure professionali del professore di educazione fisica, allenatore, istruttore e del medico dello sport. Costoro hanno la possibilità di conoscere nell’ambito della popolazione generale, gli individui o le categorie sociali ‘a rischio’, considerando il loro ruolo educativo e formativo sullo stato di benessere psico-fisico della popolazione giovanile e la loro sensibilità nella individuazione precoce di stati di disagio psico-sociale.

Sport ed epilessia

è il solo male la qui sofferenza è più aggravata dall’atteggiamento della società che dalla stessa malattia

(William Lennox, neurologo).

La prevalenza in Italia di tale patologia, secondo gli ultimi dati statistici, è del 1%, motivo per cui circa 600.000 persone potrebbero esserne affette. Considerando che l’80% di esse esordisce prima dei 20 anni di età, si può ben intuire che il periodo adolescenziale ed evolutivo (stesso periodo in cui si inizia a praticare sport) è maggiormente a rischio.

L’epilessia è una forma morbosa caratterizzata dalla comparsa di crisi ‘polimorfiche’, dovute ad una eccessiva ed incontrollata attività di gruppi più o meno estesi di neuroni (attacchi ad insorgenza improvvisa e della durata di pochi minuti).

Spesso, l’attività sportiva (con la scuola ed il lavoro), rappresenta motivo di integrazione ed inserimento sociale affinché lo stato di disagio e di pregiudizi avvertito da tali pazienti, possa essere colmato (aumento dell’autostima, migliore efficienza mentale e delle funzioni cognitive, diminuzione delle comorbilità e della salute a lungo termine).

L’epilessia non deve condizionare la scelta dello sport da intraprendere e non deve essere limitante per coloro che sono già praticanti, saranno le preoccupazioni ed i timori dei singoli soggetti a far evitare gli eventuali rischi connessi alle varie discipline sportive. Per cui nella scelta dello sport da praticare deve essere preso in considerazione: il tipo di epilessia, i fattori scatenanti, le crisi e la presenza o meno di esse; non bisogna avere (da parte del personale tecnico o dei dirigenti sportivi) nessun atteggiamento di protezione e tantomeno eccessiva attenzione nei loro confronti.

Gli sport di squadra sono i più praticati dai soggetti affetti da forme epilettiche per i meccanismi di solidarietà insiti nella pratica di tali discipline; in ogni caso qualsiasi altro sport può essere consigliato purché vi sia gradualità dell’allenamento e continuità dello stesso.

Indubbiamente la ‘vigilanza’ deve essere sempre attuata, associata ad una corretta e costante ‘informazione’ affinché coloro che ne sono affetti possano ‘uscire allo scoperto’ (fondamentale per alleviare il disagio percepito da tali pazienti).

Il giudizio di idoneità alla pratica sportiva agonistica e non agonistica è condizionato dal fatto che l’atleta assuma regolarmente i farmaci od il farmaco antiepilettico e lo svolgimento dello sport non comporti una ofacilitazione alla convulsività clinicao soprattutto per sport considerati ‘pericolosi’.

Secondo alcuni autori, l’iperventilazione, che si verifica durante la pratica sportiva, scatenando alcalosi e quindi vasocostrizione cerebrale, può facilitare la comparsa di crisi epilettiche (soprattutto nel Piccolo male a tipo Assenza), ma è pur vero che l’acido lattico prodotto dall’esercizio muscolare può contrastare tale fenomeno. Inoltre, l’iperventilazione che si verifica durante lo sport è compensatoria (maggiore richiesta di trasporto di ossigeno periferico).

Le uniche controindicazioni alla pratica sportiva nelle persone affette da epilessia, si possono presentare negli sport che comportino alterazioni del ritmo sonno-veglia o che provochino risvegli precoci (regate velistiche transoceaniche, alpinismo ad alte quote) soprattutto nei soggetti affetti da epilessia idiopatica con crisi di Grande male al risveglio; oppure, nei soggetti con crisi ancora attuali, è opportuno controindicare gli sport che potrebbero essere pericolosi per sé o per gli altri (sport motoristici, paracadutismo, volo ed inoltre il nuoto ed il windsurf praticati senza sorveglianza).

Qualora ci si trovasse di fronte all’evenienza di una crisi epilettica in un atleta, nessuna paura o timore, perché nella maggioranza delle volte la crisi si risolve da sola: l’unica attenzione deve essere rivolta alla pervietà delle vie aeree.

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