5 Agosto 2021

A mani nude

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Messaggio SMS del 26 febbraio 2020: «Buongiorno dottore. Ieri mi trovavo in fila alla posta. Una signora accanto mi ha tossito in faccia senza coprirsi la bocca e immediatamente è corsa via. Mi consiglia di verificare?» È l’unica traccia scritta che mi è rimasta, chissà come e perché, sul telefonino,

Dottor aneddoto

di Emilio Merletti

 

Messaggio SMS del 26 febbraio 2020:

«Buongiorno dottore. Ieri mi trovavo in fila alla posta. Una signora accanto mi ha tossito in faccia senza coprirsi la bocca e immediatamente è corsa via. Mi consiglia di verificare?»

È l’unica traccia scritta che mi è rimasta, chissà come e perché, sul telefonino, della tempesta di chiamate vocali, messaggi sms e whatsApp, tra timori, sospetti, incertezze sulle direttive da attuare e sul ruolo da assumere e da attribuirsi, al tempo della ‘famosa pandemia del venti’.

Nei giorni precedenti avevamo cercato di sdrammatizzare, di rassicurare, di placare gli animi, di dichiarare ingiustificati i timori. Del resto, anche i virologi si erano adirati contro i mezzi di informazione, che stavano costruendo la solita montatura mediatica nei confronti di un fenomeno che tutto sommato era, secondo il loro autorevole parere, ‘poco più che una banale influenza’!

E allora avevamo continuato i nostri ambulatori superaffollati e il giro quotidiano delle nostre visite domiciliari.

 A mani nude e… a viso aperto, come al solito.

Del resto, gli esperti avevano solennemente dichiarato che le mascherine erano inutili, che potevano servire tutt’al più ai malati, per evitare di contagiare gli altri.

Io scoprii che ne avevo una ventina in una scatola nell’armadietto di studio, con su scritto: ‘Omaggio della ditta XY per i sigg. medici’. Avevo anche un po’ di guanti, che usavo soprattutto per le esplorazioni rettali di prostata ed emorroidi e, in un angolino nascosto della medicheria, persino una confezione con dentro un camice monouso. C’era da andare avanti di lusso!

E così, quando alcuni aspetti clinici ed epidemiologici cominciarono, ma solo in parte, a chiarirsi, (ed io, da anziano, ero stato collocato nella riserva da mio figlio, che invece restava in prima linea) noi medici di famiglia (e con noi altri colleghi) eravamo già morti a decine.

Confrontarsi con le paure irrazionali – ‘Avviso indolenzimenti muscolari. Sarà il coronavirus?’ – ed a volte tragicomiche – «Dottore, mio marito è voluto andare al cinema, ma io non vado, ho troppa paura!» – dei nostri pazienti, con le loro paranoie – «I cinesi hanno preparato un virus per ucciderci tutti!» «Ma no, che dici? È stato Putin. Lo vedi che in Russia non hanno nessun caso?» – con la necessità di ‘negoziare’ con loro – «Dottore, io non ci credo. È tutta una montatura politica per distrarci dai problemi reali!» – non ci spaventava.

In fondo è il nostro mestiere.

Ma non si fa l’abitudine alla frustrazione di non poter fare quasi nulla per i malati, se non dichiarargli che i loro sintomi sono caratteristici o sospetti, e che devono chiamare i numeri dedicati e rimanere a casa.

Non si fa l’abitudine all’euforia surreale, che provocava nei più l’annuncio quotidiano, alla televisione, che ‘oggi abbiamo avuto SOLTANTO cinquecentoottantacinque deceduti. Sessanta meno di ieri!’. Numeri da trincea di guerra!

Non si fa l’abitudine nel vedere un paese intero fermo.

Il mondo intero fermo.

E le strade deserte, con quegli altoparlanti che ripetevano in una cantilena angosciante, di rimanere a casa.

Sembrava la voce dal cielo de Il giudizio universale di De Sica.

Ma soprattutto, non si fa l’abitudine alla perdita del rapporto medico-paziente, che per noi è parte essenziale della professione.

Noi siamo abituati a ‘toccare’ l pazienti. Lo insegniamo anche ai nostri tirocinanti, che non sono stati preparati a ciò nella formazione accademica. E i pazienti sono abituati a ‘sentirci’ vicini.

La nostra mano sulla spalla, il nostro sguardo, il nostro respiro.

Ai tempi della Grande Pandemia del venti lo ‘smart working’ in medicina aveva sostituito l’empatia con il malato.

Ci consolava soltanto la coscienza del recupero di alcuni valori interiori, legati alla maggiore possibilità di introspezione, al maggior tempo che ci era concesso per riflettere.

Restava però una gran voglia che l’incubo finisse presto.

La stessa voglia che nello scrivere mi ha fatto usare i tempi al passato.

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