L’eredità della Legge Basaglia: dalle Opg alle Rems

Pochi soldi, poco personale, ancora troppe falle

A quarant’anni dalla legge Basaglia, che anticipò di pochi giorni la legge sull’aborto approvata quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro accasciato nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani, i manicomi non esistono più.

Con la legge 180, Franco Basaglia – un rivoluzionario intellettuale più che un politico – avviò la dismissione di queste strutture nelle quali i malati di mente, i ‘matti’, perdevano ogni diritto, e le cure prevedevano, talvolta, sbarre, elettroshock e camicia di forza. Grazie all’impegno delle associazioni che, insieme alle istituzioni e alle forze sociali, hanno dato battaglia in questi anni, si è raggiunto un altro importante risultato: la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), un altro importante traguardo per i diritti umani.

Dal 2015 sono arrivate le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) che hanno sostituito quei vecchi e discussi Ospedali psichiatrici giudiziari. La gestione interna delle Rems è di esclusiva competenza sanitaria, quindi delle Asl. I soggetti, rei, qui vengono curati, non incarcerati, quindi non li chiamiamo detenuti, carcerati o galeotti ma ‘pazienti’. Con la legge 81 si stabilisce che le misure di sicurezza non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso.

Nel Lazio ci sono cinque Rems: due a Palombara Sabina e una a Subiaco, entrambe dipendenti dalla Asl Roma 5 di Tivoli; due a Pontecorvo e Ceccano, dipendenti dalla Asl di Frosinone. 91 posti in tutto e 70 persone in lista d’attesa solo nel Lazio, 400 nel paese, dal Lazio in giù.

Non si riesce ad abbattere i tempi di attesa nel Lazio, si cerca invano di capire come fare. Un paziente rimane in media all’interno di una Rems circa 3-4 mesi, e ciò dipende in parte dai sanitari e in parte dal giudice. Nelle Rems della Asl di Tivoli, il tempo medio di permanenza dei pazienti può variare dai 380 giorni a tempi molto prolungati che superano gli 800 giorni. Nel frattempo, i pazienti che sono stati giudicati incapaci non punibili, non possono stare in carcere, ma alcuni – tanti – ci stanno lo stesso. Pertanto è già capitato qualche caso in cui qualche soggetto abbia messo in atto qualche comportamento che è sfociato nel suicidio, perché si trova in un luogo inadatto alla propria sopravvivenza. Oppure stanno in libertà, e questo crea un altro genere di disagio, poiché le misure di sicurezza a disposizione della nostra comunità servono a proteggerla dalle eventuali azioni criminose che i soggetti che hanno il disturbo mentale possono compiere.

Liste di attesa troppo lunghe, che arrivano a superare anche l’anno. Questi soggetti, affetti da disturbi mentali gravi, sono socialmente pericolosi, alcuni hanno anche compiuto omicidi efferati. La legge prevede che questi vengano curati e che in seguito vengano reinseriti nella società. In attesa che si trovi un posto in una Rems, è capitato che qualcuno di questi soggetti non sia stato più reperito, che si sia dato alla fuga. Raramente, ma si è verificato.

Una volta inseriti nelle strutture, questi soggetti divengono pazienti, finalmente seguiti in modo adeguato con trattamenti farmacologici e riabilitativi, oltre che con una riabilitazione in senso lavorativo. Circa il 62% dei pazienti dimessi dalle Rems vengono poi accolti da altre strutture meno intensive, comunità terapeutiche nelle quali continuano a svolgere delle attività quotidianamente. Non possono affrontare la vita in modo normale avendo una sintomatologia effettivamente così grave.

Onestamente, ritenere di poter ottenere un’integrazione totale non è pensabile. È già molto riuscire ad ottenere che i pazienti reagiscano bene ad alcune regole. Ma ci sono tanti altri casi dove si riesce ad ottenere il risultato e il reinserimento in società è possibile.

I pazienti delle Rems hanno uscite autorizzate due o tre volte alla settimana, ed in certi casi possono far visita ai familiari. Fanno sport in strutture vicine e ci vanno da soli, senza essere accompagnati da terapeuti o dai Carabinieri. Le forze dell’ordine vengono avvisate, ma fa parte della terapia che escano dalla struttura senza scorta.

Nelle tre strutture dipendenti dalla Asl Roma 5 di Tivoli lavorano 81 operatori, i pazienti sono soltanto uomini perché la normativa penitenziaria non prevede condizioni miste. Tutti i pazienti hanno una ventina d’anni di storia psichiatrica complessa. Ci sono molti immigrati o pazienti con bisogni complessi, per cui necessitano mediatori culturali o serve di darli in carico a più operatori che svolgono servizi diversi. Hanno un basso livello di scolarità, molti sono invalidi, la gran parte sono single o divorziati ed hanno sviluppato una certa resistenza ai trattamenti.

La legge Basaglia lascia una dura eredità che faticosamente si cerca di portare avanti da quarant’anni. Occorre un urgente intervento normativo che integri il numero dei posti nelle Rems (anche se questo non risolverebbe il problema alla base) e una rete di assistenza che interagisca sempre con le istituzioni e con la magistratura. Chi soffre di queste patologie deve essere preso in carico per tempo, con un programma di cura che dentro una Rems sarebbe eccessivo. Ecco che allora sarebbe più adeguato un trattamento sul territorio, attraverso un progetto riabilitativo che ha bisogno del tempo necessario.

Vanessa Seffer

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