21 Settembre 2021

Il collezionista di biciclette

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Con l’arrivo della bella stagione mio fratello ed io salivamo in soffitta per recuperare le nostre bici, in letargo dalla fine dell’estate e, con gran disappunto, non le trovavamo quasi mai… pronte all’uso!

Dottor aneddoto

di Emilio Merletti

 

Con l’arrivo della bella stagione mio fratello ed io salivamo in soffitta per recuperare le nostre bici, in letargo dalla fine dell’estate e, con gran disappunto, non le trovavamo quasi mai… pronte all’uso!

A volte i freni non andavano, altre volte le gomme non ne volevano sapere di gonfiarsi. Insomma, bisognava spingerle a mano fino alla bottega di Adalberto, il ciclista, per le opportune riparazioni.

Adalberto era un ometto basso di statura e dal fisico minuto. Aveva una ‘officina’ ricavata da una vecchia stalla, con poca luce e molte cianfrusaglie legate al mondo del ciclismo. Ma a noi ragazzi interessava solo la zona dedicata alle riparazioni. Osservavamo con ammirato rispetto i gesti professionali con i quali, sollevata la bicicletta, l’appendeva, manubrio e sellino, a due ganci che pendevano da due catenelle fissate al soffitto, e da quel momento iniziava tutti i controlli del caso. Tensione e oliatura della catena, registrazione dei freni, riparazione degli pneumatici e relativo gonfiaggio, con una pompa che a noi appariva mastodontica, rispetto a quella ‘di servizio’ fissata sotto la canna, e che dava alle gomme una tensione davvero eccezionale. Pagate le poche decine di lire ce ne andavamo soddisfatti, pedalando sotto lo sguardo di Adalberto, più soddisfatto di noi, che ci osservava appoggiato allo stipite della sua bottega.

E sì, perché Adalberto, oltre ad essere ‘ciclista’ come riparatore di bici, era anche ‘ciclista’ nel senso agonistico del termine. Insieme ad alcuni suoi amici aveva costituito una vera e propria squadra che partecipava con successo alle gare locali.

Col tempo lo persi di vista. Me lo ritrovai in studio pochi anni fa, ormai imbiancato ed appesantito.

Lo salutai un po’ commosso. E commosso era anche lui. Mi disse subito, dandomi del tu: «Adesso sono io ad aver bisogno delle tue cure».

Era tornato in città da poco tempo. La necessità di un lavoro più solido lo aveva spinto a ‘migrare’ verso le grandi fabbriche del Nord, ma non aveva mai abbandonato la sua passione per il ciclismo, che praticava anche lassù, nei fine settimana ed in tutti i momenti liberi. Sennonché, un paio di anni prima, aveva cominciato ad avvertire una perdita di forza a carico della gamba destra, insieme ad una serie di sensazioni vaghe, difficili da definire: una sorta di tremore delle braccia, mentre lavorava, formicolii passeggeri sui polpastrelli, l’impressione come di ‘distrarsi’ durante un ragionamento. Finché un giorno, all’improvviso, era comparsa una diplopia che lo aveva spaventato davvero, e così, finalmente, si era deciso a parlarne al suo medico.

L’iter diagnostico, e in particolare le immagini RM, con le caratteristiche lesioni della sostanza bianca periventricolare, aveva confermato il sospetto iniziale di una sclerosi multipla, in una fase particolarmente attiva.

Adalberto in realtà non era appesantito, aveva invece una diffusa ritenzione idrica. La tipica facies da cortisone. Assumeva anche Interferone beta, e questo aveva, se possibile, accentuato dolori muscolari e sonnolenza. Ultimamente aveva provato anche la terapia con la Cannabis, ma con risultati deludenti, valutati sia soggettivamente, sia tramite le varie scale (Ashworth, NRS ecc.).

Con una certa difficoltà di linguaggio mi parlò dei suoi guai. In particolare, gli dava una gran pena la necessità di dover usare il catetere per orinare, a causa della vescica neurogena. Ma soprattutto, il suo più grande rammarico era legato all’impossibilità di praticare la sua grande passione, e questo a causa delle difficoltà di coordinamento motorio e della spasticità, oltreché dell’astenia. Aggiunsi alla terapia una dose iniziale di 5 mg. di Baclofene per 3 volte al giorno, che, stranamente, nessuno gli aveva ancora prescritto e, più di tutto, cercai di rassicurarlo come potei. Gli dissi che la sua malattia poteva avere fasi di remissione molto nette, durante le quali avrebbe senz’altro potuto tornare ad inforcare con successo la sua bici, ma si convinse poco.

Un giorno, però, riuscì a suscitarmi una meraviglia che ancora oggi, a distanza di anni, mi procura la stessa emozione di allora.

Ci incontrammo per caso sotto casa sua. Lui era sottobraccio a sua moglie, camminava con difficoltà, ma quando mi vide si animò, ebbe un moto di inaspettata vivacità, per l’idea che gli era all’improvviso saltata alla mente. «Vieni con me, ti mostro una cosa!» mi disse, e trascinò letteralmente sua moglie davanti alla porta della sua vecchia bottega.

L’uscio fu aperto.

In un lampo rividi l’officina dei miei ricordi di adolescente.

Solo che, da decine di catenelle di ottone, appese al soffitto, pendevano ora a mezz’aria biciclette di ogni foggia e colore! Me le illustrò una ad una, da esperto e con uno slancio davvero sorprendente. Ecco una Bianchi, ed una Taurus con i freni a bacchetta. Ecco una Benotto degli anni Trenta, e una Cinelli. C’era anche un tandem… a tre posti, e addirittura la riproduzione artigianale di un’antica Draisienne.

Tutti modelli che aveva raccolto nel tempo, e che poi aveva sistemato così, come in un museo, quando aveva cessato l’attività di riparatore.

Ma la cosa alla quale più teneva la tirò fuori alla fine, con solennità, da una busta di stoffa blu, custodita nel cassetto di una vecchia credenza. Una fotografia in bianco e nero di un famoso campione del passato, incorniciata e posta sotto vetro. Sulla foto c’era una dedica, che lui era riuscito ad ottenere una volta che, da bambino, con suo padre, aveva assistito all’arrivo di un Giro ciclistico che faceva tappa da queste parti.

La dedica recitava così: ‘Ad Adalberto, campione del futuro. Gino Bartali.’

Mentre leggevo ad alta voce indovinavo lo sguardo fiero di Adalberto, ed il luccichio dei suoi occhi.

Di diventare campione non gli era riuscito. Ora tuttavia combatteva un’altra battaglia con vero coraggio, e condividere con me l’emozione di quel ricordo, per un attimo, era stata per lui la medicina migliore.

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