Negoziazione, Empowerment, Empatia

Nel rapporto medico-paziente, soprattutto in Medicina Generale, il concetto di ‘negoziazione’ è ormai ritenuto fondamentale da tutti gli epistemologi del settore. È necessario un impegno rilevante da parte del medico, per conciliare le aspettative e le esigenze del paziente con quelle di una corretta pratica clinica. Gli strumenti per raggiungere tale equilibrio passano attraverso la costruzione di una soddisfacente empatia nel rapporto reciproco ed in un serio lavoro di ‘empowerment’ del paziente stesso, volto al fine di ottenere la conquista della consapevolezza di sé e del controllo delle proprie scelte, decisioni ed azioni. L’ambito generale in cui tutto ciò si realizza è definito – con un altro… bell’anglicismo – come ‘counseling’, che sarebbe, in estrema sintesi, una sorta di ‘seduzione professionale’ posta in atto dal medico.

Discutevo di tutto ciò con un collega toscano, durante una pausa dell’ultimo Congresso della nostra Società scientifica. Stavo ricordando i passaggi delle linee – guida internazionali a proposito del ‘counseling sul fumo’, scandito dalle per noi famose ‘cinque A’ (Ask = chiedi, Assess = valuta, Advice = consiglia, Agree = concorda, Arrange = organizza), quando mi accorgo della sua espressione, nella quale si indovinava il classico ‘sorriso sotto i baffi’. Mi interrompo e gli chiedo cosa ne pensa.

«Vedi? – mi risponde – la medicina viene sempre più considerata, soprattutto dai media, una scienza esatta. Ma noi sappiamo bene che non lo è, non foss’altro perché si occupa di un sistema complesso, quale è l’Uomo e la sua salute fisica e mentale. E allora le cosiddette linee-guida non potranno mai assurgere alla dignità di dogma, ma saranno sempre e soltanto utili indicazioni orientative. Insomma, a volte funzionano, a volte no, o comunque necessitano di una revisione critica caso per caso. Ascolta la storia che ti racconto:

Un mio paziente ed amico, un avvocato cinquantenne, era un accanito fumatore. Aveva un pack year di 45. Oltretutto era diabetico ed iperteso, quindi aveva una preoccupante stratificazione di fattori di rischio cardiovascolare. Mi feci in quattro per convincerlo a smettere di fumare, applicando tutte le regole proposte dalle linee guida, osservando tutte le raccomandazioni dei Centri Antifumo, ma senza alcun risultato. – “Fumare mi piace. È più forte di me. Sono consapevole del rischio, ma non posso farci nulla” – Queste erano più o meno le sue disarmanti risposte alle mie fatiche. E così accadde che una notte si svegliò con una strana sensazione di debolezza a carico di un emisoma, e con un eloquio da ubriaco. Si fece portare d’urgenza in ospedale, dove gli diagnosticarono un TIA.

Lo rividi mesi dopo, in occasione di un invito a cena a casa sua. Passammo una piacevole serata insieme alle rispettive consorti e ad altri amici. Dopo la cena alcuni commensali chiesero di poter uscire sul terrazzo a fumare. E lui: “Andate pure, ma riflettete sui danni del fumo!”. Lo guardai stupito. “Io ho smesso ormai da parecchi mesi – era visibilmente soddisfatto – e a ricominciare non ci penso proprio!”

“È stato dopo il TIA che hai avuto, vero? Ti sei preso una bella paura eh?” “No. Paura niente – fu la risposta – È stato tutto merito del medico di guardia. Ero steso sulla barella del Pronto Soccorso. Disorientato, smarrito. Si presenta davanti a me questo tuo collega, con un broncio da far paura e, senza degnarmi di una parola, mentre mi visita dice all’infermiera: “Mangiano come porci, fumano come turchi, poi si sentono male e vengono a romperci i coglioni alle due di notte!”

Mi sono sentito un verme. Non fumerò mai più”».

Emilio Merletti

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