Un Sommo Deliquio

 

di Andrea Marcheselli


Dalla bufera infernale che trascina in eterno le anime dei lussuriosi, Francesca da Polenta è chiamata a raccontare la relazione adulterina con Paolo Malatesta, che invece rimane piangente in silenzio. Alla fine del racconto Dante ha una sincope, recidiva della precedente occorsagli già al termine del Canto III, nell’incontro con il nocchiero Caronte: «e caddi come l’uom cui sonno piglia». (Inferno, Canto III, v. 136)

Si deduce pertanto che il Sommo Poeta abbia avuto due episodi di sincope riflessa neuromediata, con tipica perdita di coscienza e del tono posturale, nel primo caso dopo un terremoto e nel secondo dopo un trama emotivo. Ma se da un punto di vista letterario i frequenti deliqui siano attribuibili a degli stratagemmi narrativi, da un punto di vista diagnostico questi si prestano ad una valutazione differenziale circa l’origine del disturbo.

Proseguendo nel racconto, nel canto XXIV, sganciandosi completamente dalle tematiche amorose, Dante incontra, nella bolgia dei ladri, il pistoiese Vanni Fucci, guelfo di parte Nera, che dopo essere stato morso da un serpente, viene polverizzato istantaneamente per poi riprendere lentamente conoscenza ed equilibrio psichico: «e qual è quel che cade, e non sa como, / per forza di demon ch’a terra il tira, / o d’altra oppilazion che lega l’omo, / quando si leva, che ’ntorno si mira / tutto smarrito della grande angoscia / ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: / tal era ‘l peccator levato poscia». (Inferno, Canto XXIV, vv. 112-118).

Per alcuni studiosi la descrizione del fulmineo smarrimento, cui segue la brusca ripresa dei sensi, sono tipici di un attacco epilettico che l’Autore, non a caso, saprebbe ben descrivere. Così anche la sua attitudine visionaria potrebbe avere radice proprio in esperienze patologiche vissute, contrassegnate da allucinazioni visive ed acustiche, tremori e svenimenti, patognomonici della epilessia. Benché la tesi dell’epilessia di Dante, salvo rare eccezioni, è stata, e continua ad essere, quasi unanimemente rigettata dai dantisti, il trasporto con cui riesce a descrivere determinati sconvolgimenti psicofisici sembra suggerirci che li abbia davvero sperimentati in prima persona.

Di contro, secondo altre teorie, il fatto che il poeta, nel Canto I, inizi il viaggio «tant’era pien di sonno a quel punto» (Inferno, Canto I, v. 11), i continui riferimenti alla spossatezza accompagnata dalla impossibilità di rimanere sveglio, i crolli fisici spesso a seguito di forti emozioni e la stessa tematica del poema rispecchierebbero la natura onirica e di sogno lucido, tipico invece dei pazienti narcolettici.

Dopo l’ennesimo malessere del discepolo, Virgilio, maestro ed autore, avrebbe dovuto guidarlo nell’affollato girone infernale del Pronto Soccorso? Quali sarebbero state le ipotesi diagnostiche ed a quali accertamenti sarebbe stato sottoposto il paziente Alighieri?
In primis è necessaria una precisazione sulla definizione nosografica della sincope (συγκοπή, der. di συγκόπτω che significa ‘spezzare, rompere’). Essa, che inequivocabilmente si manifesta con una transitoria perdita di coscienza, perdita del tono posturale con caduta a terra ed un recupero spontaneo, si differenzia nelle caratteristiche da altre condizioni similari, quali le pseudosincopi, tra le quali sono annoverate i disordini metabolici (ipoglicemia), l’epilessia, l’intossicazione e le forme psicogene da somatizzazione. Da questo ne deriva che già la sola accurata ed attenta raccolta anamnestica può, nel 15% dei casi, risolvere il dubbio diagnostico, aumentandone la resa sino al 50-85% eseguendo anche un esame obiettivo con misurazione della pressione arteriosa ed un elettrocardiogramma, senza le inutili indagini strumentali, richieste solo per medicina di difesa da potenziali ritorsioni medico-legali.

L’Alighieri è un giovane trentenne, che salvo dei disturbi visivi, descritti nel saggio dottrinario del Convivio e per cui ha particolare devozione alla Santa Lucia, non riferisce patologie degne di nota, ad eccezione di occasionali cadute a terra, dalle quali si riprende spontaneamente ed in breve tempo. Valutare la presenza di prodromi (pallore, sudorazione, vertigine, tachicardia, tachipnea) la situazione ed il contesto in cui l’evento accade, come un luogo affollato o chiuso, uno stress emotivo, uno sforzo post-minzionale, un abbondante libagione, ecc…, possono indirizzare il medico a chiudere il caso con facilità e senza costi, ben orientandosi verso una sincope neuromediata con prognosi benigna e che rappresenta da sola il 56% della totalità. Anche se in questo caso, il racconto fantasioso, intriso di ossessione e misticismo, potrebbe però far ipotizzare, al medico di urgenza, una forma di sincope psicogena, riscontrabile in circa l’1% dei casi, così come la nota sindrome di Stendhal, patologia psicosomatica che può insorgere al cospetto di un’opera d’arte particolarmente evocativa.

Certamente, in entrambe le ipotesi formulate, non occorrerebbe eseguire TAC o RMN encefalo, ElettroEncefalogramma, Esami ematici, Radiografia del torace, Ecodoppler dei vasi epiaortici, ECG Holter o Tilt Test, frequentemente richiesti per casi analoghi. Piuttosto andrebbe eseguita una stratificazione del rischio, utilizzando il punteggio raggiunto nell’OESIL o nell’EGSYS Risk Score, utili ad individuare la presenza di un basso o elevato rischio di mortalità, e pertanto seguire gli algoritmi proposti dalle società scientifiche per la prosecuzione orientata di un iter diagnostico che eviti lo smarrimento nella selva oscura delle forme indeterminate che rimangono circa il 18% della casistica e che sono difficilmente identificabili. Per queste forme di sincope indeterminate la tecnologia ha reso disponibile un sistema di monitoraggio cardiaco impiantabile: il loop recorder.

Il loop recorder (ILR) è impiegato a scopo diagnostico nei pazienti affetti da sincope inspiegata al termine di un iter completo ma infruttuoso. Può raggiungere un rendimento diagnostico del 65-88 % dei casi.
È un dispositivo sottocutaneo, posizionato a livello toracico, con circa tre anni di autonomia e dotato di memoria retrospettiva (loop) in grado di registrare e cancellare continuamente la traccia elettrocardiografica, documentandola non solo al momento del sintomo, ma anche nel periodo antecedente e successivo ad esso.
Attualmente la nanotecnologia lo ha miniaturizzato a tal punto che gli attuali ILR sono iniettabili sotto la cute del paziente, da renderne possibile l’impianto in totale sicurezza, e con un efficacia equivalente, anche in un ambulatorio attrezzato.

In ogni caso, ed indipendentemente dalla origine delle sincopi, chissà che non si debba proprio a questa sua diversità la genialità della sua creazione poetica. Se non possiamo porre diagnosi di certezza circa la natura dei deliqui descritti nell’opera di Dante, sappiamo invece che furono le febbri malariche, contratte nelle paludose Valli di Comacchio, a condurre il poeta cinquantaseienne a rapida morte, avvenuta a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321.

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