27 Novembre 2020

Il dott. (San) Giuseppe Moscati

9 min read
«Mi raccomando, non si prenda collera!». La frase sembra ricordare il consiglio di un amico o di una persona a noi vicina che si preoccupa del nostro benessere psicologico o spirituale. In realtà si tratta di una vera e propria prescrizione medica che spesso veniva fornita al paziente al termine della visita da colui che forse per primo ha tenuto in gran considerazione l’inseparabilità di corpo e anima, praticando una sorta di medicina psicosomatica ante litteram.

Medici … per altro famosi

di Marco Semprini

«Mi raccomando, non si prenda collera!». La frase sembra ricordare il consiglio di un amico o di una persona a noi vicina che si preoccupa del nostro benessere psicologico o spirituale. In realtà si tratta di una vera e propria prescrizione medica che spesso veniva fornita al paziente al termine della visita da colui che forse per primo ha tenuto in gran considerazione l’inseparabilità di corpo e anima, praticando una sorta di medicina psicosomatica ante litteram. Questa originale ricetta, unita ad un profondo ed attento studio dei fenomeni biologici, agli strumenti chirurgici e di laboratorio, alla fede ed alla costante ricerca, alla pratica quotidiana ed all’insegnamento, fanno parte della breve ma intensa vita di Giuseppe Moscati, il medico / santo che probabilmente per primo ha modificato nella pratica il concetto di curare il malato in quello di ‘prendersi cura del malato’. Forse era già scritto o forse era un ‘sentire innato’, ma di certo la penosa esperienza vissuta, appena dodicenne, accanto al fratello Alberto, infortunatosi seriamente per una caduta da cavallo durante il servizio militare, influenzerà non poco la scelta del giovane Moscati di dedicarsi alla Medicina e, soprattutto, al malato. La famiglia Moscati proveniva da Santa Lucia di Serino, paese in provincia di Avellino. Il padre Francesco, stimato giudice, si sposterà frequentemente a causa del lavoro, prima al tribunale di Cassino, dove incontra e sposa la nobildonna Rosa De Luca dei Marchesi di Roseto, poi Presidente al Tribunale di Benevento. Ed è in questa città che il 25 luglio 1880 (domenica, forse non a caso), nel palazzo Rotondi Andreotti Leo, nasce Giuseppe Maria Carlo Alfonso Moscati.

 

Il giovane Giuseppe Moscati con la sorella Nina

L’anno successivo il padre, promosso consigliere di Corte d’Appello, viene trasferito ad Ancona, per poi essere assegnato nel 1884 alla Corte d’Appello di Napoli, ove la famiglia si stabilì definitivamente. Dopo aver ricevuto la prima comunione, il piccolo Giuseppe verrà iscritto l’anno successivo al ginnasio dell’Istituto Vittorio Emanuele a Piazza Dante, dove conseguirà la ‘licenza liceale d’onore’ nel 1897. ‘Peppino’, come veniva chiamato e come amerà firmarsi nella corrispondenza personale, mostrerà sin da ragazzo interesse per il sacro e per lo studio, iscrivendosi, finiti gli studi liceali, alla Facoltà di Medicina, interpretando, come lui stesso scriverà in seguito, l’attività di medico come un sacerdozio. Si laurea a pieni voti il 4 agosto del 1903 (con una tesi sull’urogenesi epatica). Dopo solo pochi mesi vince il concorso per Assistente ordinario e Coadiutore straordinario agli ‘Ospedali Riuniti degli Incurabili’. È l’inizio di una straordinaria avventura che regalerà alla città un eccezionale professionista e ricercatore, e all’umanità un santo tra i più amati e popolari. Un anno dopo, il 12 giugno, dopo un lunghissimo periodo di sofferenza, muore all’ospedale ‘Fatebenefratelli’ di Benevento l’amato fratello Alberto, al quale aveva dedicato moltissimo tempo per assisterlo: esperienza questa, come già ricordato, che influenzerà sicuramente la scelta degli studi in medicina, caso unico nella famiglia. Il giovane dottor Moscati si fa subito notare per il suo intuito e una rara capacità diagnostica (come racconteranno i tanti pazienti), ma non solo. Quando, nell’Aprile del 1906, l’eruzione del Vesuvio mette in pericolo il piccolo ospedale di Torre del Greco (succursale degli Ospedali Riuniti di Napoli) il giovane Moscati è tra i primi a recarsi sul posto per mettere in salvo i pazienti. Valutata la situazione ordinò l’immediata evacuazione del nosocomio, completata poco prima del crollo della struttura: il tempestivo intervento del giovane medico è stato considerato essenziale per evitare una tragedia. Nel 1908 vince il concorso per assistente ordinario alla cattedra di Chimica fisiologica e comincia a svolgere attività di laboratorio e di ricerca scientifica nell’Istituto di Fisiologia dell’ospedale per malattie infettive ‘Domenico Cotugno’. Nel 1911 è di nuovo in prima linea per fronteggiare una calamità, questa volta meno naturale, ovvero l’ennesima epidemia di colera che colpisce Napoli, città in quel periodo in grave affanno, ancora segnata dalle molte arretratezze ottocentesche, soprattutto in campo igienico e sanitario. In questo caso, per le sue attività di ricercatore, Moscati viene anche chiamato a supportare la struttura dell’Ispettorato della Sanità pubblica, e coglie l’occasione per indicare una serie di opere indispensabili per il risanamento della città, in parte condotte a compimento. Intanto continua la sua brillante carriera Universitaria: a soli 31 anni, su proposta del professor Antonio Cardarelli, gli viene conferita la libera docenza in Chimica Fisiologica. Inizia così l’insegnamento d’indagini di laboratorio applicate alla clinica e di chimica applicata alla medicina secondo programmi del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione: alternando il rigore e la fermezza alla comprensione e al sorriso Moscati divenne come docente agli Incurabili un autentico faro per i suoi allievi.

Giuseppe Moscati, terzo da sinistra seduto, giovane docente tra i suoi primi studenti

Sempre nel 1911 vince il concorso per coadiutore negli Ospedali Riuniti (una posizione di altissimo profilo, ambita da medici di tutta Italia), e coevamente comincia la sua attività pubblicistica facendo il corrispondente per il giornale ‘La riforma Medica’. Ormai il giovane medico irpino era diventato quasi una leggenda, così, allo scoppio del primo conflitto mondiale, quando presentò domanda di arruolamento volontario, la risposta fu: ‘no, lei è troppo indispensabile agli Incurabili’. Riuscirà comunque a dare il suo contributo, facendosi nominare Direttore del reparto militare: nel periodo dal 1915 al 1918, per quanto riportato dai registri dell’Ospedale degli Incurabili, visiterà circa 3000 soldati. «Negli ospedali la missione delle suore, dei medici, degli infermieri, è di collaborare a questa infinita misericordia, aiutando, perdonando, sacrificandosi», ripeteva ai suoi assistenti. Alla fine del conflitto Moscati, che dal 1917 al 1920 aveva sostituto Filippo Bottazzi, il padre della biochimica italiana, nell’insegnamento di chimica clinica, rinunciò alla cattedra universitaria e all’insegnamento, per continuare il lavoro in ospedale. Nel 1919 il consiglio d’amministrazione dell’Ospedale degli Incurabili lo nomina primario. Tre anni più tardi inviò al Ministero della Pubblica Istruzione la domanda per essere abilitato alla libera docenza in Clinica Medica Generale. Il 6 giugno dell’anno successivo la Commissione del Ministero approva la richiesta e in considerazione del suo elevato profilo scientifico addirittura lo esonera (all’unanimità) dalla discussione dei lavori presentati, così come dalla lezione e dalla prova pratica. Numerose sue ricerche furono pubblicate su riviste italiane ed internazionali, tra le quali le ricerche pionieristiche sulle reazioni chimiche del glicogeno. Nel gennaio 1922, quando venne sperimentata l’insulina per la cura del diabete, Moscati fu tra i primi in Italia ad utilizzare quel procedimento terapeutico rivoluzionario. Il 18 luglio 1923 è invitato a Edimburgo al Congresso internazionale di fisiologia. Disponibile, studioso, amorevole, sempre attento all’innovazione ed alla ricerca nel rispetto della persona e dell’essere umano anche dopo la morte: nella sala anatomica dell’ospedale, dove era solito fare lezione agli studenti, aveva fatto realizzare una targa con scritto ‘Ero mors tua, o mors’ (ovvero l’antica frase del profeta Osea che sottolineava la resurrezione di Cristo), per indicare come dall’osservazione attenta e accurata dell’autopsia si poteva apprendere come sconfiggere la morte e le malattie. Il binomio Moscati / Ospedale Santa Maria del Popolo degli Incurabili (il più antico del Sud) fu davvero un’incurabile attrazione. Un suo allievo, il dottor Pansini, scrisse che la vita di Moscati dovrebbe iscriversi non sulla carta, ma sulle pareti della terza sala degli Incurabili. Il 12 aprile 1927, dopo aver assistito alla Messa e ricevuta la Comunione nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e aver svolto come di consueto il lavoro in Ospedale e nel suo studio privato, mentre era seduto a leggere sulla poltrona di casa accusa un improvviso malore, spirando pochi istanti dopo. Aveva solo 46 anni e 8 mesi. La notizia della sua morte si diffuse rapidamente e propagata di bocca in bocca con le parole: È morto il medico santo.

Targa commemorativa affissa sul palazzo in cui è vissuto Moscati a Napoli

Tra le prime testimonianze dopo la sua morte, significativa è quella del cardinale di Napoli, Alessio Ascalesi, il quale dopo aver pregato dinanzi al defunto, rivolto ai familiari disse: «Il Professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell’anima». Nel registro delle firme, posto nell’ingresso della casa, tra le altre fu trovata questa frase: ‘Non hai voluto fiori e nemmeno lacrime: ma noi piangiamo, perché il mondo ha perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri il loro benefattore!’. Queste parole, che riassumono tutta la vita del Moscati, hanno ricevuto in seguito il suggello ufficiale della Chiesa. Il medico-santo aveva dedicato la vita a curare i poveri e alla devozione a Dio: ogni mattina si alzava presto per visitare gratuitamente i poveri prima di andare in ospedale, mentre il pomeriggio visitava i pazienti nel suo studio privato dove l’onorario era regolato da un cestino con su scritto: ‘Chi può metta qualcosa, chi ha bisogno prenda’. La stima e la venerazione che avevano circondato il Prof. Moscati durante la vita, esplosero dopo la sua morte, e presto il dolore e il pianto di coloro che lo avevano conosciuto si tramutò in commozione, entusiasmo, preghiera. Si ricorreva a lui in ogni circostanza, e molti affermavano di ricevere grazie fisiche e spirituali per sua intercessione. Il 16 luglio 1931 iniziarono i Processi Informativi presso la Curia di Napoli e il 10 Maggio 1973 la Congregazione per le Cause dei Santi, a Roma, emanò il Decreto sulle virtù eroiche, dichiarando Giuseppe Moscati ‘Venerabile’. Nel frattempo, venivano istruiti i processi per l’esame di due miracoli: due guarigioni improvvise attribuite a Moscati. Costantino Nazzaro, maresciallo Avellinese, affetto dal morbo di Addison, racconta di aver visto nel sogno Giuseppe Moscati che lo operava, trovandosi perfettamente guarito al risveglio. Raffaele Perrotta, di Calvi Risorta (CE), affetto da una meningite cerebrospinale meningococcica, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1941, guarì  in modo definitivo e istantaneo dopo aver pregato il medico santo, quando i familiari avevano già  preparato per lui l’abito per la sepoltura. Il 16 novembre 1975, durante una solenne celebrazione in Piazza San Pietro, gremita di gente nonostante la pioggia, Papa Paolo VI dichiarò ‘Beato’ Giuseppe Moscati. Due anni dopo la Beatificazione, ci fu la ricognizione canonica del corpo: le ossa furono ricomposte, e il corpo di Moscati fu collocato in un’urna di bronzo opera dello scultore Amedeo Garufi, sotto l’altare della Visitazione. La devozione per Moscati cresceva sempre più. In vista della canonizzazione, fu scelta ed esaminata la guarigione da una forma grave di leucemia (mielosi acuta mieloblastica) del giovane Giuseppe Montefusco, avvenuta nel 1979. La madre del giovane, considerato ormai spacciato, vide una notte in sogno la foto di un medico in camice bianco. Raccontò il sogno al suo Parroco, che le parlò del Beato medico Giuseppe Moscati. La signora venne al Gesù Nuovo, e subito riconobbe il volto della foto vista in sogno. Da allora iniziò a pregare Moscati, coinvolgendo anche parenti e amici. Il figlio Giuseppe dopo poco tempo guarì perfettamente: felicemente sposato, vive ancora in buona salute con moglie e figli. La sua canonizzazione era auspicata da studiosi, medici e studenti universitari, che ricordavano la sua figura di scienziato e di uomo di fede, impegnato a lenire le sofferenze e a condurre gli ammalati a Cristo. Dopo lunghi esami e tanti studi, durante il concistoro del 28 aprile 1987, Papa Giovanni Paolo II fissò la data della canonizzazione: alle ore 10 del 25 ottobre 1987 in Piazza San Pietro, a 60 anni dalla sua morte e davanti a circa 100.000 persone, il Pontefice dichiarava Santo Giuseppe Moscati. Alla Messa di Canonizzazione era presente il miracolato Giuseppe con la madre, che offrì al Papa un volto di Cristo in ferro battuto, da lui stesso realizzato nella sua officina di Somma Vesuviana. La festa liturgica di San Giuseppe Moscati fu fissata, in seguito, al 16 novembre di ogni anno. La storia di Moscati è quella di un medico in prima linea, la leggenda di un uomo in camice bianco, il mito di un gigante che mostrò al mondo come si può moltiplicare il potere della medicina con la forza trascendente della carità. Il dottor Giuseppe Moscati, un grande uomo, uno scienziato, religioso, benefattore, un grande medico, divenuto per altro… in alto famoso.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Powered by Mario Gentili - SPELS © All rights reserved.
Translate »