26 Ottobre 2021

Cos’è la Neuroestetica?

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La Neuroestetica è una recente area di ricerca che coinvolge le scienze cognitive e l'estetica e che affianca un approccio neuroscientifico alla consueta analisi estetica della produzione e della fruizione di opere d'arte.

 

di Alfredo La Cara

 

(Parte I)

 

PREMESSA

Quando ho ricevuto, da parte di Andrea Marcheselli, la proposta di collaborare alla redazione di una rivista indirizzata non solo agli ‘addetti ai lavori’, ma anche a chi non è avvezzo a letture di carattere scientifico, mi sono trovato, come del resto altri colleghi che collaborano a questo progetto, nella non facile condizione di comunicare argomenti apparentemente ostici, a lettori comunque interessati.

Parlo di argomenti apparentemente ostici perché navigando – il termine non è riferito al web – da una vita nell’ambito del sistema nervoso mi sono reso conto che i pazienti, e comunque la gente comune, ritengono – erroneamente – che questa  parte del nostro organismo sia di difficile lettura e comprensione.

La sfida che mi affascina da tempo, dunque, sta appunto nel comunicare quanto il sistema nervoso sia comprensibile. E questa è una nuova occasione per dimostrarlo. Del resto, l’argomento di questo articolo si incentra su uno degli ultimi interessi delle Neuroscienze che, tanto per gli addetti ai lavori quanto per i lettori tutti, rappresenta una novità. Perché questa affermazione ?

Nell’ambito delle iniziative promosse dalla SPELS Onlus e dall’Associazione Medica di Tivoli e Val d’Aniene, quella del maggio 2016 dal titolo “Salute, Cultura, Solidarietà – Dall’adolescenza alla senescenza, per costruire insieme un sano percorso di vita” sarà ricordata sicuramente anche in virtù del convegno tenutosi presso le Scuderie Estensi, in Tivoli. In quell’occasione ho avuto il piacere di essere inserito come relatore all’interno di detto convegno, con un intervento dal titolo “Lettura, arte cultura, il benessere della mente”

Il presente articolo, dunque, vuole riassumere i contenuti di parte di quell’intervento, limitandosi alla menzione di quanto esposto relativamente alla voce ‘arte’ e specificatamente all’aspetto dell’arte pittorica. La strategia comunicativa della mia relazione si avvaleva dei concetti tratti dall’esposizione di risultati di una nuova scienza: La Neuroestetica.

 

Che cos’è la Neuroestetica?

La Neuroestetica è una recente area di ricerca che coinvolge le scienze cognitive e l’estetica e che affianca un approccio neuroscientifico alla consueta analisi estetica della produzione e della fruizione di opere d’arte.

Quindi Neuroestetica non è la spiegazione neurofisiologica del perché vedo bello, ma è il recupero, nell’arte, della complessità dell’espressione dell’individuo, e quindi del Sistema Nervoso. Colui che alla fine degli anni ‘90 ha contribuito ad aprire questa strada è Semir Zeki, neurofisiologo alla University College of London. In Italia, ormai, numerosi sono i cultori di questa branca delle Neuroscienze. Tuttavia, colei che più di ogni altro si è spesa da un punto di vista divulgativo è sicuramente Ludovica Lumer, che per anni ha lavorato presso il laboratorio di Semir Zeki.

Nella definizione non ho parlato di ‘cervello’ ma più correttamente di ‘Sistema Nervoso’. È riduttivo infatti parlare solo di cervello perché il Sistema Nervoso è costituito da un sistema nervoso centrale (encefalo e midollo spinale) e periferico (nervi periferici e recettori), quindi spazio personale ma anche peripersonale. Attraverso i recettori noi ci confrontiamo, viviamo la realtà che ci circonda, ci relazioniamo. E del resto il sistema nervoso centrale (cervello) pianifica risposte in relazione ad input del mondo esterno: c’è un pericolo: mi allontano, il mio sguardo ingaggia un bicchiere con una bottiglia: allungo la mano per bere, aggancio lo sguardo con il mio interlocutore che mi crea imbarazzo: distolgo lo sguardo, ecc.

Noi per anni, per secoli, abbiamo attuato scientificamente un procedimento ‘lesionale’ vale a dire: il paziente si procura una lesione a carico del lobo frontale area motoria dell’emisfero dx e controlateralmente sperimenta un defict di forza che coinvolge la muscolatura della parte destra del suo corpo. Poi, neurologi e neurofisiologi si sono spinti progressivamente più in là ed hanno  cominciato ad indagare funzioni nervose più complesse come la coscienza, l’emozione, la memoria, la creatività, in pratica come funziona l’essere umano. Ed è proprio lì che l’arte ci è venuta incontro. Già. La creatività, il processo creativo. Kandinski, in “Punto, Linea, Superficie” ci suggerisce che “…lo slancio creativo è formato da due componenti, intuizione e calcolo …” e nel “Cantico dei quanti”, Ortoli e Pharabod ci ricordano che “…per comprendere i principi della dinamica quantistica, l’intuizione è più importante della matematica…” E infatti nel processo creativo c’è un percorso che compie l’artista verso l’opera d’arte e un percorso che dall’opera d’arte si dipana verso l’osservatore-fruitore. In altri termini c’è qualcosa che vede l’artista nella realtà, influenzato dalla sua condizione interiore, e c’è qualcosa che vede l’osservatore-fruitore stimolato da un’opera d’arte. In questo ‘vai e vieni’ si inserisce la Neuroestetica.

È necessario, a questo punto, entrare nel dettaglio e parlare secondo gli insegnamenti di Semir Zeki con una premessa doverosa. La corteccia cerebrale è dotata di due tipi di cellule: le cellule piramidali e le cellule stellate. Inoltre, le caratteristiche funzionali della corteccia cerebrale sono la specificità modale e la capacità di astrarre. Cioè coni e bastoncelli decodificano uno stimolo visivo, e le cellule della corteccia dell’orientamento verticale rispondono solo a linee ed oggetti orientati verticalmente e così via per individuare e processare punti, linee orizzontali, verticali, superfici, linee oblique, movimento, etc.

Ma da che esiste la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) noi siamo in grado di individuare, nell’ambito della nostra corteccia, delle zone che si attivano durante un’azione (parlare, scrivere, osservare) o durante una sensazione, un’emozione, un dolore fisico o morale e, come potete verificare nell’esperimento della Fig. 3, anche quando osserviamo un quadro.

Nell’ambito dei processi di astrazione realizzati dalla corteccia cerebrale, abbiamo visto ciò che accade in funzione della costanza percettiva, ma il cervello si avvale nei suoi processi di visione anche di una costanza cromatica. Infatti il cervello è organizzato per concetti ed esiste un concetto di colore in quanto se il colore cambiasse continuamente al variare delle condizioni di illuminazione non avrebbe molto senso dal punto di vista biologico perché invece di fornirci conoscenze sulle condizioni del mondo ci confonderebbe le idee.

E del resto già Immanuel Kant aveva scoperto che il meccanismo di costanza cromatica non è altro che un principio organizzatore sui segnali visivi in entrata (Prolegomena).

Edwin H. Land, l’ultimo dei grandi geni, secondo, in quanto a brevetti depositati, soltanto ad Edison, fondatore nel 1937 della Polaroid Corporation, per primo ipotizzò che la capacità di assegnare un colore costante a una superficie fosse il risultato di un ‘programma neuronale’, un processo computazionale (Land, 1974 – Land e Mc Cann, 1971). Quindi il cervello è organizzato per: concetti ereditari, dove i segnali arrivano al nostro cervello che attribuisce loro un significato per comprenderli; concetti (sintetici) acquisiti, che sono invece quelli generati dal nostro cervello durante tutto l’arco della vita. Questi ultimi consentono di restare relativamente indipendente dai continui cambiamenti delle informazioni che lo raggiungono, in altri termini noi siamo in grado di riconoscere come aeroplano tanto il modello dei fratelli Wright quanto un Jumbo di ultima generazione. Ed in questo Semir Zeki ci ricorda “…Come il concetto cerebrale ereditario è indispensabile per generare l’esperienza, così l’esperienza è indispensabile per generare il concetto acquisito..”.

Bene. Abbiamo dunque visto che nel processo di visione esistono stimoli che provengono dalla periferia e dall’ambiente ed operazioni di astrazione che compie la nostra corteccia cerebrale. Del resto Oscar Wilde nel De Profundis ci ricorda: “…ho detto nel Dorian Gray che i grandi delitti del mondo accadono nell’intimo del cervello. Ma non è pure nel cervello che tutto accade? Adesso sappiamo che noi non vediamo con gli occhi, né udiamo con le orecchie. Essi non sono che dei canali per trasmettere con più o meno esattezza le impressioni dei sensi. È dentro il cervello che il papavero è rosso e la mela odora e l’allodola canta..” Ed altrettanto “…quando osserviamo la natura, la nostra immaginazione costruisce l’immagine …” (Eugene Delacroix).

C’è una corrente di pittori dei primi del 900 che va sotto il nome di artisti di Fauves. che cercavano il modo di separare il mondo, la forma, dal colore, dipingendo gli oggetti, le figure con colori strani.

Tra questi Henri Matisse, celebre per la sua opera in questo contesto Donna con cappello. Alcuni gruppi di ricercatori nel mondo hanno provato a far osservare ad alcune persone figure ed immagini colorate in maniera insolita ed inaspettata e quindi sottoponendo gli stessi volontari a Risonanza Magnetica Funzionale. In altri termini cosa accade nel nostro cervello quando guardiamo un’immagine di una banana blu e non gialla? Questi ricercatori si sono accorti che quando i volontari osservavano una banana gialla si attivavano le aree della corteccia visiva, in particolare l’area V4 responsabile della visione dei colori e l’area della corteccia ippocampale, dove depositiamo la memoria di immagini e tutto ciò è comprensibile. Ma l’aspetto interessante dell’esperimento è ch  quando ai volontari veniva fatta osservare l’immagine di una banana blu oltre alle aree corticali attese si attivava anche una parte della corteccia del lobo frontale, in altri termini nel nostro cervello, chiedo scusa, sistema nervoso, ci sono dei ‘super controllori’ che ci allertano quando osserviamo qualcosa di colore strano e ci mettono in allarme! Del resto, se provate ad offrire una banana blu a una scimmia, essa la osserva, ma non la mangia. Qualcuno potrebbe obiettare che l’Amanita Muscaria e l’Amanita Phalloide presentano ‘caratteristiche attrattive’ diverse per l’uomo, ma sono entrambi funghi velenosi. Ma questo discorso ci porterebbe fuori strada e quindi per ora lo accantoniamo. Ciò che invece mi preme sottolineare ed enfatizzare è un concetto fondamentale: una funzione cerebrale, sia essa motoria, sensitiva o sensoriale, non appartiene ad una  singola area corticale ma alla funzione globale, complessiva, del nostro cervello.

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