5 Agosto 2021

Un caso irrisolto

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Non poteva definirsi una bella donna. Anche se i tratti del viso e del portamento, il fisico asciutto, facevano trapelare una sorta di affascinante nobiltà. Venne in studio un giorno, per presentarsi e per parlarmi della sua rinite allergica.

Dottor aneddoto

di Emilio Merletti

 

Non poteva definirsi una bella donna.

Anche se i tratti del viso e del portamento, il fisico asciutto, facevano trapelare una sorta di affascinante nobiltà.

Venne in studio un giorno, per presentarsi e per parlarmi della sua rinite allergica.

Aveva quarant’anni, single. Laureata in lettere classiche, insegnava greco e latino in uno dei licei della vicina metropoli. Ed era soddisfatta del suo lavoro.

La sua rinite però era ‘strana’, secondo lei. L’attacco acuto durava una manciata di minuti, compariva nei momenti, nei luoghi e nei periodi dell’anno più disparati, senza che si potesse stabilire, e nemmeno sospettare, l’identità dell’allergene che la scatenava. Provai ad indagare sulle possibili fonti allergizzanti presenti nei luoghi da lei frequentati, ma non sembrava molto interessata a scoprire la causa del disturbo. Trasse invece dal suo problema lo spunto per ricordarmi l’aneddoto della crisi asmatica scatenata in un soggetto allergico al polline, alla vista di un mazzo di rose artificiali, che aveva letto da qualche parte, e finì per dissertare sulla probabile natura psicosomatica dell’asma di Proust.

Si ripresentò appena due giorni dopo.

Questa volta il problema era la sua insonnia.

Cercai di svelarne diligentemente le caratteristiche: non ne aveva. A volte sembrava tardiva, con un risveglio alle prime luci dell’alba, a volte il sonno non ne voleva sapere di arrivare, nonostante la giornata fosse stata particolarmente faticosa, altre volte era intermittente, presentandosi più volte, per periodi di breve durata, nel corso della notte. Mi resi conto però che la prof. rispondeva di malavoglia alle mie domande. Finì per parlarmi della ricchezza di spunti intellettuali, nonostante il disagio e la sofferenza, che le offrivano quei momenti più o meno lunghi di veglia notturna, per poi divagare sulla tenerezza che ispira l’immagine serena di un bambino addormentato. Ed a tale proposito mi citò un frammento di Simonide: quello che inizia ‘…σύ δ’ άωτείς γαλαθηνώ τ’ήτορι κνώσσεις…’ (‘…e tu dormi, col tuo cuore di bimbo…’). Le prescrissi un ipnotico ad emivita intermedia / breve. Del bromazepam in gocce se non ricordo male (allora, purtroppo, le benzodiazepine si usavano con più leggerezza), e lei prese la ricetta senza troppa convinzione.

Le frequenti sortite di quella donna in ambulatorio mi procuravano un’ansia non da poco, sia per l’impegno mentale che richiedeva il colloquio, sia soprattutto per l’‘intralcio’ che inevitabilmente veniva a crearsi nel normale fluire degli appuntamenti, posto che la sua permanenza nella mia stanza di visita si prolungava per quasi un’ora!

E tuttavia, sia nel primo che nel secondo incontro, il mio atteggiamento era stato sempre ispirato alla massima disponibilità professionale, curando di non far mai trapelare il minimo indizio di impazienza o frettolosità.

Il giorno seguente (era un venerdì sera) eccola di nuovo!

Mi parlò delle sue difficoltà a digerire alcuni alimenti, soprattutto se particolarmente elaborati nella loro preparazione. E si profuse in un excursus sui piatti della cucina francese. Vol au vent, foie gras, e le escargot, e le Boeuf Bourguignon… mi raccontò anche di quella volta che, con una sua collega, erano andate a cena in un ristorante etnico, elencandomi e descrivendomi minuziosamente la composizione di tutte le portate sue e della sua commensale.

Mi limitai questa volta a consigliarle una dieta più sobria, che sicuramente le avrebbe risparmiato tanti tormenti digestivi, spiegandole anche sinteticamente il ruolo dei grassi saturi nella genesi delle malattie cardiovascolari.

Salutandomi mi disse: Lei deve scusarmi, dottore, se le faccio perdere tutto questo tempo con i miei disturbi… ed io, con tutta la cortesia di cui ero capace, le risposi semplicemente:

Ma si figuri signora. È il mio lavoro!

Mi fissò per un lungo istante negli occhi, tra l’indignato ed il sorpreso.

Poi mi salutò senza guardarmi, accennando un amaro sorriso.

Non l’ho più rivista.

Nessuno può mostrare troppo a lungo una faccia a sé
stesso e un’altra alla gente senza finire col non sapere
più quale sia quella vera.


Nathaniel Hawthorne

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