Perdere la bussola al tempo della pandemia

di Francesco Maria Bovenzi

 

Tutti i medici a vario livello e ruolo, con gli instancabili infermieri e gli operatori della sanità, in questi giorni stanno affrontando in ospedale, con un eccezionale senso di responsabilità e abnegazione, questa dilagante pandemia. Se la guerra si vince sul territorio, le battaglie più cruente si combattono in ospedale.

In questo contesto epidemiologico, pur conoscendo il bersaglio da colpire, in attesa di cure efficaci supportate da studi di ampia scala, nella speranza di un vaccino su cui giorno e notte lavorano ricercatori di tutto il mondo, la medicina cambia strategie: supera i bisogni individuali con offerte e servizi personalizzati, preferendo a questi una risposta d’insieme. Si parte dalla prevenzione del rischio di contagio per ritornare alla comunità con misure drastiche di distanziamento sociale, avendo a cuore l’obiettivo finale di salvare quante più vite possibili. Nell’incertezza scientifica bisogna diffidare da chi millanta terapie miracolose salvavita e prive di ricerche cliniche di supporto.

Il coronavirus presenta una relativa mortalità, ma un’altissima contagiosità, proprio per questo la priorità della scienza è stata la prevenzione e il controllo della trasmissione, a cominciare dall’indispensabile distanziamento sociale, dall’auspicata protezione degli operatori sanitari, degli anziani, dei cardiopatici per estendersi all’intera popolazione.

Un altro aspetto emergente che caratterizza questa insidiosa infezione è la necessità di differenziare il percorso assistenziale fin dal primo arrivo in ospedale sui rischi di un bisogno imminente di cure intensive. Questo nuovo approccio clinico rappresenta una scelta lungimirante che noi medici non avevamo mai immaginato e supposto con nessun’altra malattia, così è nella storia della medicina. Quasi mai il medico si era trovato nelle condizioni di decidere nel momento in cui i pazienti si presentano in ospedale, pur in condizioni ancora stabili, se destinarli ad una terapia intensiva o subintensiva.

Il giustificato imbarazzo scientifico del presente, lo sconforto dei virologi, degli epidemiologi, dei clinici, con previsioni fluttuanti e contradditorie, le mille fake news che circolano sul web e sui social, alimentano la paura dei cittadini, che traducono queste irresolutezze in una sommessa umiliazione della ragione. Questo stato d’animo crea un meccanismo comunicativo perverso che a ogni livello culturale fa perdere la bussola della razionalità.

La pandemia di COVID-19 ha messo a dura prova le più moderne ed evolute organizzazioni dei sistemi sanitari. Fa male ricordare che gli ultraottantenni, i pazienti con patologie croniche, i diabetici, i dializzati, risultino i più esposti al rischio di forme più gravi che richiedono cure ospedaliere più intensive e su cui pesa la maggiore mortalità. Le usuali terapie vanno continuate, e stare in casa rappresenta uno stimolo in più per prendersi cura di sé stessi.

Anche nei cardiopatici l’infezione da Covid-19 è più pericolosa rispetto alla popolazione generale, con una mortalità in questi casi che si stima intorno al 10-15%. Inoltre, il 20% dei pazienti con polmonite da Covid-19 presenta ripercussioni cardiovascolari che inducono a valutare precocemente i pazienti non solo per le problematiche polmonari, ma anche per il rischio di complicanze ed eventi cardiovascolari come l’infarto, lo scompenso cardiaco, le miocarditi e le aritmie.

In questo clima di diffusa paura di contrarre una polmonite da Covid-19 sono diminuiti i ricoveri ospedalieri, anche quelli acuti. Tra le cause ipotizzate per giustificare questo generalizzato fenomeno c’è, in primis, un fattore culturale disatteso: la paura implicita nella pandemia di qualcosa di non visibile, mortale e contagioso. Questa condizione antropologica genera in chi è rinchiuso in un’abitazione, che percepisce come unica protezione, una crescente perdita della razionalità aggravata da un’inadeguata informazione.

I medici per professione, vocazione e missione sono sempre disponibili per curare chi soffre o chiede aiuto. In queste drammatiche giornate medici e infermieri stanno svolgendo un lavoro immane, capillare, pagato anche con la vita. Il cittadino deve sapere, percepire, convincersi che i luoghi di cura, come gli ospedali cui sono fidelizzati, sono sicuri e inseriti in un’ampia rete ospedaliera differenziata e inclusiva, sia in relazione ai flussi che al rischio di contagiosità. Quindi, non dimentichiamo che oggi e sempre non di solo virus si ammala l’uomo.

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