19 Gennaio 2022

La tecnoassuefazione, un nuovo tipo di dipendenza patologica

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Sì, si nasce con una malattia congenita, per la quale non sembrano esistere vaccini, antidoti o terapie risolutive, ma solo palliativi temporanei: è la ‘solitudine interiore’. Una volta era usuale stare in piazza, a parlare o ad ascoltare, per condividere gioie e dolori delle persone e poter offrire aiuto o almeno solidarietà.

di Elio Colaluca

Questo articolo tratta le conseguenze derivanti dall’assuefazione alle tecnologie e alle piattaforme social nella vita adolescenziale nei ‘millennials’ – ovvero tutti coloro nati tra il 1980 e 2000 durante il pieno sviluppo della comunicazione ed interconnessione globale – e non ultimo anche sulle generazioni precedenti.

Tecnoassuefazione è un termine relativamente recente, sicuramente appartenente alla categoria di neologismi correlati all’evoluzione tecnologica ed alla costrizione digitale nel quale tutti siamo sempre più coinvolti. Ma non è tanto il fastidio dell’ennesimo neologismo a preoccupare, quanto ciò che il termine stesso rappresenta ovvero, come descrive il titolo, una nuova pericolosa forma di assuefazione paragonabile alle gravi dipendenze da sostanze più o meno pericolose.

Per un momento concentriamoci sull’etimologia della parola ‘assuefazione’: una sua definizione convenzionale descrive la presenza di un disturbo determinato da uso continuativo (spesso di sostanze stupefacenti) volontariamente non interrotto, nonostante l’insorgenza di sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici che generano controindicazioni critiche. Il suffisso ‘tecno’ fa la sua apparizione congiunta assieme alla parola ‘assuefazione’ già dallo scorso decennio, quindi ben prima che la vita individuale fosse stravolta dall’avvento dei social e della digitalizzazione globale.

Spesso viene chiesto se questa nuova malattia esista realmente. Abbiamo conferme sull’insorgere di questa nuova patologia sin dal 1995, quando Griffiths riferisce di tutta una serie di dipendenze da comportamenti che implicano un’eccessiva interazione uomo-macchina nel guardare la TV, nell’uso del computer, nel gioco con i videogames, nell’uso dei telefoni cellulari e – all’epoca – nell’accesso smodato a linee telefoniche erotiche. Nel 2012 l’ospedale Marmottan di Parigi – specializzato nella cura da dipendenze – dichiarava apertamente che si trovano sempre più spesso a fare i conti con nuove addiction, nuove dipendenze, aumentate del cento per cento nel giro di pochissimi anni.

Forme di dipendenze che colpiscono in età adolescenziale, come in un caso di un ragazzo che a quindici anni non usciva più dalla sua stanza per restare davanti al computer ore e ore, a volte giorni interi. Iniziò col saltare i pasti, poi a dire di ‘no’ agli amici che lo invitavano a uscire. Alla fine i genitori, preoccupati, attuarono un’escalation sul problema partendo dal proprio medico di famiglia per finire a rivolgersi a centri specializzati nella cura, dove scoprirono che casi analoghi erano in crescita esponenziale. E il novero dei Malati comprendeva porno dipendenti, vittime dei giochi di ruolo online e del gioco d’azzardo patologico. Persone in preda di un bisogno compulsivo tale da renderle schiave della tecnologia.

Via via nel tempo sono aumentati i warning segnalati da studiosi, medici e psicologi sino ad arrivare ai giorni nostri, laddove organizzazioni come l’American Psychiatric Association inseriscono nel manuale di diagnosi e cura delle malattie mentali anche i comportamenti distorti legati all’utilizzo del web.

Molto è cambiato nel corso degli anni. Oggi c’è meno dipendenza dalla televisione ma sicuramente si è visceralmente dipendenti dall’essere connessi alla rete. Con aspetti terrificanti, dove certezze e verità non sono quelle vere bensì quelle del mondo virtuale. Basti pensare che pochi anni fa si arrivò a coniare l’ennesimo neologismo, ‘ungoogleable’, ovvero ‘se non lo trovo sul motore di ricerca di internet probabilmente non esiste’. In altri termini, se esiste sulla rete, esiste davvero! Soprattutto è drammaticamente incrementata la dipendenza dal mondo social, ovvero la necessità di essere perennemente connessi al mondo virtuale, e questo avviene con sintomi paragonabili alle conseguenze da astinenza dall’assunzione di sostanze stupefacenti. C’è una sorta di psicosi legata all’avere sempre con sé il telefono cellulare, si sente l’irrefrenabile bisogno di rispondere ad ogni chiamata o messaggio, ed ad essere partecipi della vita sulle bacheche virtuali, arrivando persino alla pericolosa e criminale abitudine di porre maggior attenzione all’uso di uno smartphone piuttosto che all’automobile o motocicletta che si sta guidando.

A riprova, sarà capitato ad alcuni lettori di assistere a situazioni paradossali. Un esempio su tutti: i ristoranti, dove sempre più spesso, dal tavolo, assistiamo al triste spettacolo rappresentato da nuclei di famiglie o amici dove ciascuno è assorto su quanto appare sul display del proprio smartphone piuttosto che godere della convivialità del momento. Di sicuro ci troviamo di fronte ad un serio problema di comprensione del concetto di socializzazione, se pensiamo che per molti individui la vita si è letteralmente spostata su un ambito digitale e virtuale, con la conseguenza non percepita che in realtà tutto ciò separa le persone, le allontana, le sottrarre al naturale e fisiologico bisogno di socializzare fisicamente, parlandosi, guardandosi, anche con il contatto di una stretta di mano o un bacino sulla guancia.

Per comprendere la portata del problema dobbiamo analizzare qualche numero. L’immagine qui sotto riporta gli esiti di un’indagine conoscitiva svolta nel gennaio 2017 sulla popolazione italiana.

Come abbiamo scritto, questa patologia colpisce individui di ogni età, ma in modo particolare colpisce i giovani dagli 11 ai 23 anni connessi al mondo virtuale per gran parte della giornata, i cosiddetti addicted men, usando la terminologia internazionale. Osserviamo ora l’immagine successiva, che classifica gli utenti internet attivi in base alla tipologia di servizio utilizzata.

Si consideri inoltre che un adolescente su tre è sempre connesso ad internet, che l’85% dei giovani tra i 12 e i 19 anni possiede un profilo Facebook, che la quasi la totalità degli adolescenti utilizza internet quotidianamente, e che tra questi il 16% naviga per oltre quattro ore al giorno. Cosa significa tutto ciò? Significa che è oramai passato il concetto che nel web si trova qualcosa di più interessante rispetto alla vita reale e che la propria affermazione di essere vivente passa da una presenza attiva nel mondo digitale. Ci si avvia, inevitabilmente, verso un contesto di ‘tecnoassuefazione’. Vediamo di approfondirne gli aspetti concreti.

La tecnoassuefazione è caratterizzata da un uso distorto di tecnologia, probabile conseguenza della metamorfosi di un rapporto ambiguo che l’uomo ha da tempo con i media. È uno stato psicologico che si palesa con l’incremento del numero di ore trascorse di fronte a un computer assumendo informazioni e certezze di rilevanza pari o superiore a quella percepibile laddove i ragazzi hanno a che fare con la realtà.

In tutto ciò Internet, la ‘rete’, rappresenta il mezzo più pericoloso per l’insorgenza della patologia, rappresentando una sorta di droga mentale, incrementando la sensorialità, proponendo all’attenzione dell’individuo un flusso di informazioni paragonabile a televisione, radio, giornali e cinema messi insieme, con l’aggiunta dell’interattività e dell’istantaneità della comunicazione. Nella rete troviamo interazione in un mondo virtuale ma anche pericoli sostanziali quando la tecnologia va di pari passo con approcci all’economia o all’affettività o alla sessualità.

Citando uno studio del 2012, la patologia potrebbe essere correlata anche all’alessitimia, ovvero l’incapacità di verbalizzare le emozioni per la fondamentale incapacità di comprenderle, e di conseguenza l’uso distorto dei nuovi media che serve a compensare una scarsa regolazione della vita emozionale. Prendendo sempre spunto da studi sulla patologia, citando il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, si è arrivati a definire i cosiddetti ‘Internet Addiction Disorder’, ovvero gli effetti di una tecnoassuefazione che su giovani e adulti manifesta sintomi e conseguenze simili ed invalidanti come detto paragonabili a quelle delle tossicodipendenze. Il manuale ha classificato i sintomi di una vera forma di dipendenza da Internet con conseguenti comportamenti ossessivi e/o compulsivi inerenti l’accesso alla rete, comportamenti che interferiscono con le attività quotidiane. Uno studio riportato dal Corriere Salute condotto su 3.500 ragazzi evidenzia come il 4% non abbia un rapporto sano con la rete e che il 9% abbia saltato la scuola per seguire delle attività online. Lo studio ha anche tracciato una lista di campanelli d’allarme che possono portare all’istaurarsi di una dipendenza:

  • progressivo e sostanziale aumento del tempo trascorso su Internet;
  • diminuzione dell’interesse per le attività offline, per gli hobby abituali e per gli amici;
  • peggioramento dell’umore: aggressività, stanchezza, agitazione, sbalzi d’umore;
  • peggioramento delle performance scolastiche.

Il fenomeno, ribadiamo, non riguarda solo le nuove generazioni, ed è complesso intervenire sulle abitudini di un individuo adulto. Però si può fare molto in termini di prevenzione, intervenendo sui giovani, che sono la fascia di popolazione potenzialmente più a rischio e sul quale si deve porre la maggior attenzione, con un ruolo fondamentale ed insostituibile che deve essere garantito da Istituzioni, dalla Scuola, e soprattutto dalla Famiglia, iniziando un processo di alfabetizzazione dei giovani, ribadendo ed insistendo sulla valenza ‘tecnica’ dei mezzi di comunicazione.

Non dobbiamo mettere precocemente gli adolescenti a contatto con la tecnologia, soprattutto con la rete. Non dobbiamo estraniarci dalla vita ‘digitale’ dei figli, anzi la Famiglia in qualche misura se ne deve appropriare con la Scuola e le Istituzioni protese nell’essere un filtro attivo. Non dobbiamo dimenticare che Internet è un mondo virtuale che perlopiù limita i rapporti sociali autentici, con la percezione di far parte del mondo reale. La fragilità degli adolescenti è immutata, se non aumentata – si pensi al cyberbullismo – e lasciare a loro la possibilità di un uso senza regole di computer, tablet e smartphone non deve essere percepito dai genitori come una sorta di recupero di tempo e tranquillità bensì come un ulteriore responsabilità su vita ed azioni dei propri figli. Nulla di più sbagliato che mettere nelle mani di un adolescente uno smartphone o una consolle da video gioco per non doverlo stare a sentire o per non dovergli prestare attenzione. Finisce che ci si trova con chi passa sui device digitali e su internet anche un terzo del giorno, in alcuni casi dedicando più tempo ai media digitali che al sonno, confondendo la percezione dei rapporti reali e perdendo l’esperienza del rispecchiamento emotivo, da cui deriva la percezione di essere ascoltato e considerato.

In sintesi, si rischia di perdere l’essenza del rapporto visivo e fisico, l’essenza dello scambio di emozioni. Questo, per un genitore, deve essere un valido motivo per non mettere la testa sotto la sabbia e farsi più responsabile e partecipe nella vita digitale dei propri figli.

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