Il Dottor Enzo Jannacci

Medici… per altro famosi

di Marco Semprini

A dispetto della sua immagine pubblica eccentrica e focosa, nella realtà era un uomo di grande rigore e sensibilità umana. Vincenzo (Enzo) Jannacci nasce a Milano il 3 giugno del 1935, da padre aviatore di origini pugliesi, e madre monzese, forse figlia illegittima di un pezzo grosso, qualcuno dice fosse addirittura un conte. Il padre Giuseppe, membro attivo della Resistenza – «…poteva diventare generale e invece è morto maresciallo per star vicino ai suoi uomini» – ispirerà con i suoi racconti alcune delle sue canzoni (El purtava i scarp del tennis, Sei minuti all’alba) influenzandone anche la scelta professionale: «ho fatto il medico perché mio padre voleva che imparassi cos’è la sofferenza e a star vicino alla gente» riferisce lo stesso Enzo in una delle sue interviste. L’artista coltiva fin da piccolo la passione per la musica e parallelamente agli studi liceali studia pianoforte; poco dopo la maturità classica conseguita all’Istituto Moreschi nel 1954, si diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio di Milano, studiando tra gli altri con il maestro Centernieri, insegnante dei più noti ‘orchestratori’ italiani.

A scuola era spesso oggetto di scherzi, soprattutto per via dei grandi occhiali dalle lenti spesse; per difendersi dagli attacchi dei bulli inizia a praticare le arti marziali (diventerà cintura nera 3° dan e maestro di karate), bulli che tuttavia lui definiva ‘più folkloristici che pericolosi’, risultato di un disagio che aveva la società come principale responsabile: «senza una famiglia vera – soleva dire – non si va da nessuna parte!».

Dopo il diploma si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano e, per tirare su qualche soldo, suona nei locali dell’interland milanese – «ci davano duemila lire e la pastina» – ricordava con nostalgia ed orgoglio. Enzo studia e lavora. Dopo aver suonato jazz nei locali della ‘Milano che cambia’, incrociando per la sua strada artisti del calibro di Chat Baker, nel ‘56 diventa il tastierista dei Rocky Mountains che si esibiscono al Santa Tecla, il tempio cittadino del rock’n’roll, dove la voce è Tony Dallara, presto sostituito da Giorgio Gaber: con questi formerà il duo ‘I corsari’, ed intesserà un rapporto di amicizia profonda che durerà fino alla scomparsa dell’artista.

Tempi di musica e di cabaret per Jannacci, tempi di successi e di rifiuti, di esaltazioni e delusioni. In una Milano in pieno fermento artistico si esibisce in diversi locali soprattutto per mantenersi agli studi: conosce Adriano Celentano, collabora con artisti come Cochi e Renato, Lino Toffolo, Massimo Boldi, canta insieme a Luigi Tenco. Ed è nel celeberrimo Derby di Milano, un palcoscenico in cui si faceva più cabaret che musica, che per la prima volta mette in evidenza le sue doti di intrattenitore. Se ne accorge anche Dario Fo, che porta il giovane Enzo in teatro. Un’esperienza molto importante, che lo porta indubbiamente verso una maggior caratterizzazione delle sue canzoni, molte delle quali hanno molto di ‘teatrale’. Una collaborazione, quella con Fo, che sarà determinante per la sua carriera artistica e che produrrà brani di enorme successo, primo fra tutti l’album Vengo anch’io. No, tu no, con l’omonimo singolo 45 giri che rimarrà in vetta per molte settimane nella hit parade di Lelio Luttazzi. Insieme ai primi successi arriva anche la Laurea in Medicina, seguita da una specializzazione in Chirurgia che Jannacci svilupperà in parte in Sudafrica, dove conosce e collabora con il famoso cardiochirurgo Christiaan Barnard (autore, lo ricordiamo, del primo trapianto cardiaco al mondo), e in parte negli Stati Uniti, dove soggiornerà per quasi quattro anni, affinando la sua innata capacità di chirurgo – «ho sempre avuto della buone mani da chirurgo» – dirà in una dichiarazione tarda. Poi il ritorno a casa, ad operare, migliaia di interventi…e ancora, per distrarsi, la musica, messa in disparte per un bel po’, ma mai abbandonata.

Da medico, le ferie venivano utilizzate per lo più per andare in tournée, registrare dischi, allestire spettacoli teatrali. Pur essendo ormai un artista affermato, era rimasto sempre legato alla sua professione: il sospetto è che mentre il dottor Jannacci curava i suoi pazienti con scrupolo infinito, l’artista accanto prendesse appunti per la stesura di una canzone, per un modo di dire, per una smorfia e per ogni altra ingenuità da trasformare in gesto artistico.

Nel ricordo di un collega con cui divise le fatiche in sala operatoria in un ospedale di Brescia, si parla di un uomo che quando andava a trovare i pazienti in reparto, a volte si intratteneva facendo quello che tutti si aspettavano da lui, ‘una bella cantatina’ per tirare su il morale, con infermieri e colleghi pronti a dargli manforte. Nei ricordi autobiografici, se i giornalisti volevano sapere qualcosa della sua professione parallela a quella di artista, l’autore del tormentone Vengo anch’io. No tu no, sovente rilasciava dichiarazioni che tratteggiavano la figura di un medico chirurgo sempre pronto a ricercare il rapporto umano con il paziente, dimostrando interesse per la salute di chi era finito sotto i suoi ferri ben oltre il periodo pre e post operatorio. Come medico di famiglia, Ambulatorio a Città Studi a Milano, non lontano da dove risiedeva, aveva all’inizio come unici pazienti Teo Teocoli, Massimo Boldi e Renato Pozzetto, suoi compagni di cabaret al Derby. In realtà Jannacci ebbe pochi pazienti anche in seguito, perché non ne voleva di più di quelli che riusciva a visitare: era evidente che dietro quel medico che non visitava più di due pazienti al giorno volendo essere scrupoloso il giusto, proprio per non trascurare nulla, ci fosse la sensibilità di un artista grandissimo, capace di corti circuiti mentali che lo trasformavano all’improvviso nel personaggio popolare di ogni sua canzone.

La natura artistica di questo gran milanese lo portava verso l’esplorazione di un mondo che solo lui è riuscito a tratteggiare con ironia e vena poetica ineguagliate: quello dei diseredati o della vecchia Milano, il mondo dello spirito di solidarietà tipico del Nord, che manifestava anche attraverso la sua professione – «Perché ho scelto medicina? …per aiutare, è bella la medicina perché aiuti gli altri» –Faceva un cabaret musicale stralunato, paradossale, surreale, unico e inimitabile, come stralunata era la sua antropologia, il suo corpo, che si muoveva a scatti, il suo dire, che passava da un argomento all’altro mangiandosi continuamente le parole e che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di ‘schizo’.

Eclettico e trasformista è riuscito a proporre negli anni uno stile originale e poliedrico in canzoni intessute di ironia e di amarezza, tra spunti realistici e non, ispirato dal jazz (Vengo anch’io), dal cabaret (Ho visto un re), dalla tradizione popolare lombarda (El purtava i scarp del tennis) e dalla ballata d’impegno (Quelli che). Con una produzione discografica di circa venti album e una miriade di 45 giri, Jannaci attesta quantitativamente, oltre che qualitativamente, la sua significativa presenza nel panorama della canzone d’autore italiana.

Ma non solo le canzoni, anche il teatro (La tappezzeria, scritta a quattro mani con Beppe Viola), colonne sonore per il cinema (Romanzo popolare di Monicelli, Pasqualino settebellezze, che nel 1987 gli valse una nomination all’Oscar), scrittura di testi per grandi artisti (Mina e Milva tanto per fare nomi…), e anche televisione (dagli spot di Carosello al Laureato bis con Giorgio Chiambretti), senza mai abbandonare la professione da cui attingeva ispirazione: «stare dove la vita è ridotta ad un filo sottile è traumatico, ma può insegnare molte cose» – ripeteva spesso. Colto, parlava cinque lingue, raffinato e sensibile, con uno humor profondo e originale – «quelli che votano scheda bianca per non sporcare» – Al Servizio Sanitario Nazionale rese tutti gli onori sino al pensionamento nel 2002, avvenuto il giorno prima della scomparsa del suo grande amico Gaber.

La lapide di Enzo Jannacci al Famedio di Milano

Da tempo malato di cancro, Enzo Jannacci muore a Milano il 29 marzo 2013, all’età di 77 anni, circondato dall’affetto dei suoi familiari, la moglie Giuliana sposata nel 1967 e il loro unico figlio Paolo nato nel 1972 (musicista e direttore d’orchestra). Per volontà del Comune di Milano verrà sepolto al ‘Famedio’ del Cimitero Monumentale della città, con la lapide che ricorda il medico famoso anche per altro…

La medicina moderna ha fatto veramente enormi progressi:
pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare!


Enzo Iannacci

 

 

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