5 Agosto 2021

Non solo anoressia

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Loredana era davvero molto preoccupata. Sua figlia Adele, quindici anni, da qualche tempo… ‘non andava più d’accordo con il cibo’. Nel senso che aveva cominciato a selezionare accuratamente le pietanze che le venivano proposte durante la giornata, e tendeva a scartare il pane, i farinacei in generale, i cibi cucinati in modo appena più che basilare, i dolci… insomma la maggior parte delle cose che abitualmente era solita mangiare prima della sua ‘fissazione’.

di Emilio Merletti

 

Loredana era davvero molto preoccupata.

Sua figlia Adele, quindici anni, da qualche tempo… ‘non andava più d’accordo con il cibo’.

Nel senso che aveva cominciato a selezionare accuratamente le pietanze che le venivano proposte durante la giornata, e tendeva a scartare il pane, i farinacei in generale, i cibi cucinati in modo appena più che basilare, i dolci… insomma la maggior parte delle cose che abitualmente era solita mangiare prima della sua ‘fissazione’. Qualche volta poi capitava che saltasse addirittura un pasto. «Ora non ho fame! Mangerò stasera!» rispondeva seccata a sua madre che insisteva per convincerla ad accettare qualcosa. Magari almeno una merendina!

Tentai di tranquillizzare Loredana. Adele era una ragazzina sovrappeso e sicuramente, all’affacciarsi dell’adolescenza, cominciava ‘a tenerci’ alla linea. Voleva competere con le sue amiche più snelle e, soprattutto, voleva far colpo sui suoi coetanei dell’altro sesso. Del resto sua figlia, al momento, non presentava nessuno dei criteri per una diagnosi di anoressia (magrezza estrema, paura di ingrassare pur essendo sottopeso, importanza eccessiva data al peso a scapito dell’autostima) ed in ogni caso l’avrei visitata per valutare se ci fosse un qualche disagio psicologico, le avrei consigliato una dieta più congrua, anche con la consulenza di un dietologo, avrei verificato il suo attuale BMI ed insieme avremmo definito come obiettivo il raggiungimento del suo peso ideale entro un accettabile lasso di tempo.

Ma Loredana non era affatto tranquilla. Lei non pensava all’anoressia, non ci aveva proprio pensato. Mi confessò invece che la sua paura era probabilmente irrazionale, e derivava da un’esperienza familiare che l’aveva profondamente colpita.

E così mi raccontò una storia d’altri tempi.

Suo nonno materno era un affermato imprenditore. Si era fatto da solo, creando dal nulla una fiorente attività industriale che dava lavoro ad una dozzina di operai e permetteva una vita più che agiata a lui e alla sua famiglia.

Il nonno Ernesto era poi anche conosciuto, in casa e nella cerchia delle sue amicizie, come una forchetta… più che ottima! Tanto che in famiglia si raccontavano aneddoti esilaranti circa le sue ‘performance’ a tavola.

Ma la tragedia era dietro l’angolo.

Il suo unico figlio maschio fu stroncato da un infarto a poco più di quarant’anni. Lasciò sua moglie con due figli piccoli da crescere, e suo padre senza la prospettiva che aveva immaginato per la sua vecchiaia e per il futuro della sua impresa.

Nonno Ernesto era devastato dal dolore. Il giorno del funerale nessuno si stupì che non avesse alcuna voglia di mangiare, ma dopo il terzo giorno di digiuno quasi assoluto ci si cominciò a preoccupare.

«Non mi va di mangiare nulla!» diceva «lasciatemi in pace, sto bene così». E intanto dimagriva a vista d’occhio. Chi l’avrebbe mai immaginato che ‘il commendatore’, un omone così proverbialmente amante della buona tavola, fosse di colpo divenuto inappetente!

Visti falliti tutti i tentativi, da parte dei familiari di coccolarlo con pietanze attraenti e raffinate, e da parte del medico curante di somministrargli stimolanti dell’appetito a base di vitamine ed estratti epatici, come si usava allora (siamo a metà degli anni Sessanta del secolo scorso), si decise di consultare uno psichiatra.

Il nonno Ernesto fu affidato alle cure di un luminare della psichiatria, che lo esaminò accuratamente, lo visitò, lo interrogò, e alla fine formulò la sua diagnosi: il paziente voleva autopunirsi per la morte di suo figlio, voleva esaltare il lutto per la perdita di un punto di riferimento fondamentale per la sua vita di relazione e per il suo bagaglio affettivo, e quale maggior punizione era più idonea della forzata astinenza dalla sua passione per il desco? Ergo: sedute di sostegno psicologico e farmaci antidepressivi (allora c’erano solo i triciclici, come l’amitriptilina, e si usava somministrarli intramuscolo).

Ma le cose andarono di male in peggio, e fu sempre più evidente un progressivo decadimento delle condizioni fisiche generali.

 «Per forza, è colpa della denutrizione!»

Sennonché la comparsa di un singhiozzo incoercibile indusse il medico curante a richiedere un rx stomaco e duodeno…  il cui risultato mi fece riflettere su come e quanto sia verosimile che il dolore dell’anima possa condizionare la sorveglianza immunologica e i meccanismi di compenso del nostro organismo.

Il quadro radiologico deponeva per un cancro gastrico interessante corpo ed antro, con interessamento della regione cardiale e segni di stenosi del tratto inferiore dell’esofago, condizione che fu giudicata inoperabile e passibile di sola terapia medica sintomatica.

Il Commendatore morì esattamente un anno e mezzo dopo suo figlio.

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