5 Agosto 2021

La colonna spezzata

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Anche se etichettata come surrealista al pari dei suoi contemporanei, l’inspirazione primaria del lavoro dell’artista messicana Frida Kahlo (1907-1954) non risiedeva quindi nei sogni o nel subconscio, ma enfaticamente nelle sue esperienze di vita. «Dipingo la mia realtà. L’unica cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno, e dipingo tutto ciò che passa per la mia testa senza alcuna considerazione».

Commenti in cornice

di Efram L. Burk

 

Frida Kahlo – olio su Masonite, 1944

39,8×30,6 cm, Museo Dolores Olmedo, Città del Messico

Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.

Anche se etichettata come surrealista al pari dei suoi contemporanei, l’inspirazione primaria del lavoro dell’artista messicana Frida Kahlo (1907-1954) non risiedeva quindi nei sogni o nel subconscio, ma enfaticamente nelle sue esperienze di vita. «Dipingo la mia realtà. L’unica cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno, e dipingo tutto ciò che passa per la mia testa senza alcuna considerazione». In questa citazione c’è tutta la personalità e l’indipendenza intellettuale che pervade la sua produzione artistica come chiaramente visibile nell’autoritratto del  1944: La colonna spezzata.

Affetta da spina bifida, nel 1926, a soli diciotto anni, rimase vittima al ritorno dalla scuola di un drammatico incidente sull’autobus, che le provocò fratture della colonna vertebrale, degli arti inferiori e del bacino, e che ne determinò poi la sterilità. Come nessun’altra opera il suo autoritratto evoca la sofferenza e l’invalidità: il busto nudo è squarciato, rivelando, al posto della colonna vertebrale, una colonna ionica spaccata e fratturata in diversi punti. I chiodi che le trapassano il corpo ricordano le numerose ferite, mentre quello più grande all’altezza del cuore, rappresenta il dolore provocato dai tradimenti ed infine dal divorzio dal muralista Diego Rivera. Complessivamente, tra il 1910 e il 1953, subì ventidue operazioni chirurgiche che la costrinsero ad anni di degenza e di riposo a casa. Nel 1944, nei cinque mesi successivi all’ennesimo intervento chirurgico, fu costretta ad indossare uno stretto corsetto con cinghie di acciaio, che nel ritratto sembrano essere l’unico sostegno nel mantenere il suo corpo eretto. Le lacrime ed il paesaggio desolato rivelano uno stato di pena e di solitudine, mentre l’espressione risoluta e determinata esprime quella forza d’animo che prevarrà su qualunque difficoltà debba ancora superare. Si può osservare anche come il corpo martoriato, i chiodi che lo trafiggono ed il sudario in cui è avvolto evochino una iconografia cristiana. «Devi ridere della vita» – disse Kahlo – «guarda attentamente i miei occhi…le pupille sono colombe di pace. Questo è il mio piccolo scherzo sul dolore e sulla sofferenza». Dinanzi a tale caparbietà, l’osservatore rimane in rispettoso silenzio apprezzando l’incredibile simbolismo con cui riesce a mettere a nudo dolore fisico ed intima sofferenza. Gli ultimi anni della vita di Frida furono particolarmente difficili, infatti oltre ad ulteriori interventi con nuove tecniche di innesto osseo, subì l’amputazione della gamba destra per cancrena e quindi fu costretta all’utilizzo della sedia a rotelle o delle stampelle per deambulare. Morì di embolia polmonare a 47 anni, e l’ultima annotazione nel suo diario risuona come un testamento «Spero che la fine sia gioiosa – e spero di non tornare mai più – Frida».

Non è forte chi non cade,
ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi.


Jim Morrison

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