Bio...logico
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di Giorgio Bracaglia, Simona Guglielmi

Chiarezza nei termini

Pur essendo l’agricoltura biologica  riconosciuta come «attività di interesse nazionale con funzione sociale, in quanto attività economica basata sulla qualità dei prodotti, sulla sicurezza alimentare, sul benessere degli animali e sulla riduzione delle emissioni inquinanti», quella approvata alla Camera il 2 maggio 2017 e denominata Disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola e agroalimentare con metodo biologico, è ancora solo una proposta di legge.

È importantissimo conoscere l’esatto significato dei termini che usiamo perché in effetti la moderna definizione di ‘alimenti naturali e di alimenti biologici’ è solo indiretta, presupponendo specifiche modalità di produzione e assenza nel prodotto finale di sostanze estranee o in un qualche modo ritenute pericolose (coloranti artificiali, aromatizzanti, ingredienti sintetici, OGM ecc.).

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‘Naturale’ non è sinonimo di ‘sano’, così come non lo è la dizione ‘a Km 0’. Per commercializzare prodotti come biologici, le aziende agricole, agrozootecniche e di trasformazione devono rispettare le norme tecniche contenute nel regolamento, sottoporsi a certificazione e controllo di un ente autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF), coltivare la terra secondo i principi del ‘biologico’ per almeno tre anni, tempo necessario per ‘disintossicarla’. L’agricoltura biologica si basa sul rispetto dei cicli naturali del suolo, delle acque, delle piante e degli animali e quindi delle persone. Nella realtà si potrà parlare di prodotti biologici solamente quando verranno prodotte controparti di sintesi, ad esempio una mela costruita in laboratorio. Fino a prova contraria, una mela rimane sempre e comunque un alimento biologico, indipendentemente dalle tecniche colturali impiegate.

Ecco allora che non dovrebbe più essere usato il termine ‘biologico’ ma lo si dovrebbe sostituire con ‘organico’, come da indicazione della Federazione Internazionale Movimento di Agricoltura Organica (IFOAM). Per ‘agricoltura ecocompatibile’ si intende invece la generica tendenza alla compatibilità ambientale, e nell’iter produttivo integra un impiego minimo di prodotti chimici con l’uso controllato di insetti che si nutrono dei parassiti delle piante funzionando di fatto come degli antiparassitari naturali. La dicitura ‘ecocompatibile’ non ha, per ora, riconoscimento dal punto di vista della normativa comunitaria, ma alcune regioni e province italiane hanno già istituito dei marchi collettivi con i quali si qualificano i prodotti derivati da questo tipo di agricoltura. Bio...logicoSe arriva da lontano non è invece un ‘biologico sostenibile’ poiché si consumano comunque risorse idriche ed energetiche per la sua conservazione, il trasporto e la logistica.

 

Non dobbiamo quindi incorrere nell’errore di descrivere gli alimenti biologici come un qualche cosa di immacolato, esente da trattamenti e naturale al 100%; così facendo si alimentano illusioni ed aspettative, che nel momento stesso in cui vengono disattese finiscono col sottrarre credibilità all’intero settore.

Perché consumare cibo biologico? Ci sono almeno tre buoni motivi per seguire tale stile di vita:

1) perché si ha a cuore l’ambiente, infatti consumando cibo biologico se ne migliora la qualità e se ne  riduce l’inquinamento, si mantiene la fertilità dei suoli, la biodiversità della flora e della fauna e il benessere animale, si produce e trasforma il prodotto in modo biocompatibile (il BIO riduce il consumo di energia e acqua ed evita l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi che inquinano terreni e acque);

2) perché si vuol essere socialmente equi, garantendo una maggior redditività ai produttori aumentando al contempo la sicurezza alimentare di tutti;

3) perché si vuole migliorare la qualità nutritiva, volendo escludere dalla filiera gli OGM e i prodotti da nanotecnologie, assicurando migliori qualità nutritive e proprietà organolettiche dei prodotti BIO rispetto ai convenzionali.

Siamo realmente in grado di acquistare un prodotto biologico?

Prima di fare la spesa, occorre sempre leggere l’etichetta e verificare che:

  • Bio...logicoil prodotto sia venduto con l’etichetta Agricoltura Biologica o Allevamento Biologico – Regime di controllo CEE;senza questa dicitura, il prodotto non è cibo biologico;
  • l’etichetta riporti la data (di raccolta, produzione, macellazione), la sigla del paese di provenienza, la sigla dell’ente certificatore, un codice dell’azienda e uno per la partita del prodotto;
  • i contenitori non siano di plastica o di altro materiale sintetico (vietati per i cibi bio);
  • il prodotto contenga almeno il 95% di ingredienti biologici (solo in questo caso può riportare il logo Europeo, obbligatorio, in aggiunta eventualmente ad altri marchi «BIO» di fantasia);
  • nelle etichette stampate sia presente il nuovo logo «EUROFOGLIA» (in vigore dal 1° luglio 2010) che identifica i prodotti biologici certificati; l’elenco degli ingredienti deve riportare quali sono biologici;

Chi controlla il biologico

Siamo certi che il prodotto sia certificato come biologico perché la vigilanza sui prodotti biologici avviene attraverso tre modalità:

  1. ispettivo, tramite tecnici qualificati presso le aziende agricole;
  2. analitico, attraverso controlli su campioni;
  3. amministrativo, con la verifica dei registri di carico/scarico e dei programmi produttivi dell’azienda.

In Italia gli Organismi di controllo sono 16 enti autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF), coadiuvati dai NAS e dalle Autorità Competenti (ASL, Repressione Frodi) che verificano l’assenza di pesticidi e fertilizzanti di sintesi oltre quella degli OGM, fatta su prelievi a campione lungo tutta la filiera. Agricoltore e Aziende di Trasformazione, attraverso un piano di campionamento volontario, completano l’analisi sul prodotto finito, principi attivi e sostanze vietate.

Preoccupiamoci dei nostri figli: il latte in formula

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Partendo dall’assunto che il latte materno è l’alimento migliore per il lattante e che la prescrizione di latte in formula è una vera e propria prescrizione medica, dobbiamo considerare che ci sono più di 1500 contaminanti da tenere sotto controllo nella produzione del latte.

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Pensando alla produzione di un prodotto è inevitabile che si parta dall’inizio della filiera produttiva. Queste redflags devono quindi essere ben fisse nella mente di chi intende produrre e consumare biologico.

  • La razza – Le razze bovine rustiche e tipiche del territorio sono più resistenti di quelle selezionate.
  • Le stalleÈ necessaria una adeguata igiene ed aereazione delle stalle, con densità degli animali controllata.
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  • ControlliGli allevatori BIO sono sottoposti a controlli più frequenti (in media 2 controlli a settimana).
  • Utilizzo dei farmaciIl GH bovino utilizzato per favorire la produzione di latte e gli steroidi sessuali usati per accelerare la crescita degli animali, favorendo la massa magra, sono tassativamente vietati negli allevamenti biologici.
  • PascoloOgni animale bruca liberamente su superfici predefinite (il numero dei capi è in funzione della superficie di terreno disponibile), con elevata biodiversità floristica e numerose specie di erbe.
  • Concimazione organicaDeve essere fatta esclusivamente con letame e non concimi chimici; è indicata la rotazione delle colture che garantisce la fertilità dei suoli e riduce i danni all’ecosistema.
  • ForaggiPer nutrire gli animali i prodotti devono essere esclusivamente dell’azienda stessa (> 50%) o provenire da aziende BIO della stessa Regione, coltivati senza fertilizzanti chimici, diserbanti e antiparassitari; inoltre non devono essere usate farine animali (responsabili di BSE e sindrome mucca pazza) o derivate da OGM.
  • Vaccinazioni – La mucca va sottoposta ad una corretta profilassi vaccinale. In caso di patologia accertata, il primo intervento è con rimedi a basso impatto (ad es. con fitoterapici) e, solo successivamente o nei casi più gravi, con i comuni farmaci allopatici (antibiotici, antinfiammatori, ecc.). Non dimentichiamo poi che l’uso di antibiotici comporta il rischio di sviluppo di resistenze a tali farmaci da parte di microorganismi, che si diffondono poi all’uomo attraverso la catena alimentare. Visto che i farmaci passano nel latte, qualora si ricorra a farmaci veterinari convenzionali, negli allevamenti BIO, il tempo di sospensione del trattamento prima dell’utilizzo dei prodotti (latte o carne) è doppio rispetto a quello previsto nelle indicazioni di legge per il farmaco utilizzato.

Normativa

Un latte biologico dovrà soddisfare sia i criteri legiferati per gli alimenti per lattanti, sia quelli specifici per i prodotti biologici. Quindi non solo dovrà soddisfare il DM 500, il DM 82 e la Direttiva CEE/51 del 2006 ma tutti gli ingredienti del latte biologico per lattanti (e non solo il latte di mucca BIO), devono avere caratteristiche specifiche:

  • grassi vegetali, amido e maltodestrine che lo compongono, devono essere ricavati da piante coltivate secondo le linee guida dell’agricoltura BIO, evitando concimi chimici nocivi per il territorio e per la salute dell’uomo;
  • gli alimenti per lattanti e di proseguimento convenzionali non devono contenere pesticidi in quantità > 0,01mg/kg; ne sono ammessi circa 300. Negli alimenti per l’infanzia (e quindi il latte) BIO la direttiva è più restrittiva: ne sono ammessi solo 2 (con lo stesso limite). Il latte BIO contiene quindi molti meno pesticidi di quello convenzionale, perché il loro utilizzo è vietato dal metodo di produzione biologico: la contaminazione sarà dovuta esclusivamente all’inquinamento atmosferico. Tutto questo perché i contaminanti chimici risalgono la catena alimentare vegetale à animale à uomo, concentrandosi nell’essere umano (Magnificazione Biologica).

Perché porre maggior attenzione all’alimentazione del bambino che nel futuro vivrà nel mondo come tutti?  Ci sono diversi validi motivi per farlo. I bambini hanno un maggior bisogno di nutrienti, assorbono di più dai cibi e al contempo tollerano meno gli inquinanti; essi hanno un’alimentazione a prevalente contenuto di latte che può favorire l’assorbimento di molti xenobiotici, soprattutto metalli pesanti (Pb, Cd, Hg) ma anche  aflatossine, ftalati, ecc.; dispongono di una minor massa grassa e maggior percentuale d’acqua corporea, condizione che può influenzare la diffusione e l’accumulo di sostanze, spesso tossiche, a forte carattere lipofilo; per finire le funzionalità renale ed epatica sono ancora immature ed incapaci di smaltire molte sostanze tossiche.

Bio è sempre meglio?

Una ricerca condotta dagli scienziati dell’Università di Santiago de Compostela, che hanno messo a confronto i valori nutrizionali del latte biologico e di quello convenzionale prodotto da oltre 30 aziende agricole situate nel nord-est della penisola iberica, conclude che «Nel latte bio, c’è una minore concentrazione di elementi come zinco, iodio e selenio rispetto al latte prodotto con i metodi tradizionali.»

La discrepanza, secondo gli scienziati, sarebbe dovuta all’assenza di alcune sostanze minerali nelle diete delle mucche allevate in maniera bio. Queste ultime, negli allevamenti biologici, dovrebbero avere diete con fonti naturali di iodio integrate, come le alghe.

Una metanalisi su 170 studi che mettevano a confronto i nutrienti del latte convenzionale e di quello biologico, ha evidenziato che a parità di contenuto in proteine e grassi, il latte BIO contiene una maggior concentrazione di Vitamina E e beta-carotene, conseguenza di una maggiore risposta immunitaria da parte della pianta in assenza di somministrazione di pesticidi, accanto ad una maggiore concentrazione di ferro e luteina/zeaxantina.

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La stessa metanalisi indica anche che il latte BIO ha un maggior contenuto di acidi grassi polinsaturi (PUFA, es acido linoleico) e meno di quelli monoinsaturi, che influenzano le concentrazioni plasmatiche di HDL e LDL-colesterolo, riducendo così il rischio di patologie cardiovascolari. Questo aspetto è legato al tipo di vegetali utilizzati negli allevamenti biologici, molto diversi dalle miscele utilizzate nelle fattorie convenzionali. Inoltre, rispetto al latte convenzionale, nel latte BIO veniva rilevata una maggior quantità di acidi grassi omega 3 (+ 64% per maggiore uso di trifogli), con un rapporto ω-3/ω-6 più elevato.

Conclusioni

Quando si sceglie il biologico dobbiamo considerare che, a fronte di un costo sicuramente più alto e di alcune carenze nutritive, peraltro limitate ai primissimi mesi e colmate con l’introduzione dell’alimentazione complementare, si hanno diversi vantaggi che proteggono la naturale vulnerabilità del neonato. Intanto se ne preservano le proprietà organolettiche con un sapore più naturale e gradevole al palato; risulta più controllato sia dal punto di vista della coltivazione che dell’allevamento e non contiene sostanze d’origine chimica. Infine, per produrre prodotti biologici si riduce lo spreco di materie prime, l’impatto ambientale e si rispetta la biodiversità. Va anche detto, però, che i cibi biologici freschi (proprio perché naturali e privi di additivi) si conservano meno a lungo: in realtà, quello che sembra essere un difetto, è soprattutto garanzia di qualità!

In conclusione: mentre alcuni cibi come banane, cavoli, avocado, cipolle, kiwi o asparagi non assorbono molto i pesticidi o, comunque, vengono sbucciati prima di essere consumati, per altri, poiché maggiormente soggetti all’impiego di pesticidi o medicinali, sarebbe bene acquistarli soltanto se di provenienza biologica certificata o comunque sicura. Tra essi ci sono anche latte e latticini.

Viviamo in un mondo in cui la limonata è costituita da aromi
artificiali e la cera per i mobili da limoni veri.


Alfred E. Newman

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