La forza delle parole positive

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«In principio era il Verbo» (Gv 1, 1-3). Trasponendo queste parole dell’evangelista Giovanni dal loro significato universale e sacro ad un livello umano possiamo affermare senza tema di smentita che la parola è creazione e costruzione, ma anche evocazione, suggestione, simbolo, filtro, lente che modifica il modo di vedere la realtà. Le parole negative hanno la capacità di rabbuiare la scena che descrivono, le parole positive hanno la forza di illuminare la vita.

Saper comunicare bene ed in positivo vuol dire avere rispetto per l’altro, vuol dire amare il prossimo, vuol dire capire quello che è importante per l’altro e mettersi dal suo punto di vista. L’incontro col nostro prossimo diventa allora un momento magico di sintonia e armonia. Comunicazione diventa comunione, reciprocità, crescita. Le persone hanno un estremo bisogno di essere ‘accolte’ dalla comunicazione ed è compito di ognuno di noi costruire un umanesimo della comunicazione.

Le  parole sono lo strumento formidabile con cui trasmettiamo le immagini e le emozioni. Possiamo usarle in negativo come pallottole che feriscono, come veli neri che oscurano – si dice: «ferisce più la lingua che la spada» – oppure in positivo come bellezza che illumina, lievito di crescita. Perché ciò avvenga è necessario che chi parla sia fermamente convinto di quello che dice, che viva dentro di sé quello che afferma. Solo allora avrà davvero carisma, quando il linguaggio del corpo sarà in perfetta sintonia col linguaggio verbale. Ci sono persone in cui sembra che tutto il corpo ‘vada dietro’ alle parole che dicono. Già nel 1998 Giovanni Paolo II disse «I comunicatori cristiani trasmetteranno una speranza credibile se essi stessi per primi la sperimenteranno nella propria vita».

Con l’uso sapiente del linguaggio si possono creare nell’ascoltatore le sensazioni e le emozioni che si vuole. È stato dimostrato che l’uso di un termine ad impatto emotivo più alto, rispetto ad un altro che descrive lo stesso avvenimento, suscita nell’ascoltatore uno stato d’animo diverso. Ad alcuni studenti veniva fatto vedere il filmato di un incidente stradale. Il gruppo a cui veniva chiesto a che velocità andasse l’automobile prima di ‘sbattere’ contro l’altra, dava come risposta una velocità più elevata rispetto al gruppo a cui si chiedeva a che velocità andasse l’automobile prima di ‘urtare’ contro l’altra.

Altra cosa molto importante che è emersa dagli studi di psicologia della comunicazione è l’imperativo: ‘bisogna parlare sempre in positivo’. Infatti l’emisfero destro, che è quello a cui si rivolge la comunicazione tra i subconsci, non conosce la negazione. La negazione è un’elaborazione successiva dell’emisfero sinistro. Se io vi dico di non pensare ad un cane, la prima immagine che vi verrà in mente sarà proprio un cane. Se qualcuno vi dice: «Non dico che lei abbia fatto una pessima programmazione, ma vorrei solo invitarla ad essere più preciso sui punti A e B», state pur certi che vi sta dicendo: avete fatto una pessima programmazione. Oppure se qualcuno vi dice: «Non creda che io  stia qui per vendere il prodotto», state pur certi che è lì proprio per vendervi il prodotto. Per questo la frase in negativo può essere volutamente usata per affermare il contrario: «Non dico che i viaggi che noi offriamo siano i migliori in assoluto, perché ci sono anche altre agenzie che ne offrono di ottimi. In realtà state trasmettendo il messaggio: «I viaggi che noi offriamo sono i  migliori in assoluto». Notate come la presentazione in negativo ha maggiore efficacia! Allo stesso modo, porre domande che iniziano con una negazione predispone ad una risposta negativa. Invece di dire: «Non vuoi venire con me?» Sarebbe meglio dire: «Vuoi venire con me?» Porre una domanda con una negazione di una negazione determina una situazione di stress nella parte razionale del nostro cervello. Alla domanda: «Che cosa non dovrebbe succedere perché tu non venga a cena?» Avvertiamo un forte stress! Alla stessa domanda posta in positivo: «Che cosa ti impedirebbe di venire a cena?» Abbiamo una risposta facile.

Sappiamo da svariati studi che un comportamento problematico, per essere eliminato, non va impedito, ma va sostituito suggerendone uno più accettabile. Il ‘no’ è una parola di rottura. Pertanto per un parlare scorrevole è importante evitare avverbi e parole che contraddicano o che rendano ruvido e controverso il discorso, quali ‘ma’, ‘però’, ‘invece’, ‘purtroppo’, ‘non’.

«Tu sicuramente sei un ragazzo con molti pregi, ma se ti applicassi di più daresti migliori risultati». Quel ‘ma’ è catastrofico! Spezza la frase, riduce la forza del primo concetto, lo contraddice in parte. Il vero significato che trasmetto è: «In realtà tu  non hai molti pregi». Infatti il ‘ma’ ha un significato di sottrazione. Come è invece più scorrevole dire: «Tu sicuramente sei un ragazzo con molti pregi e se ti applicherai di più darai risultati (ancora) migliori». Sostituendo la congiunzione ‘e’ al posto del ‘ma’, forniamo un senso di sommazione. Aggiungiamo un consiglio ad una persona che ha molti pregi.

Altrettanto importante è non associare parole che si contraddicono a livello di elaborazione primaria, cioè una parola che ha una un significato negativo seguita da un’altra con significato positivo. Sentite come sono stonate queste frasi: «Questo film è spaventosamente bello», «Sei di un altruismo disgustoso». È consigliabile evitare termini che trasmettono dubbi; se un allenatore dice ai suoi: «Speriamo di vincere la partita» in questa frase annuncia la possibilità di non vincere la partita. Se la sostituisce con: «Sicuramente vinceremo la partita» trasmette un messaggio di certezza che già di per sé darà maggiori possibilità di vincita.

La gente ha bisogno di certezze! I termini di dubbio ‘spero’, ‘ce la metterò tutta’, ‘forse’, ‘probabilmente’, ‘mi dispiace chiederti’, ‘magari’, ‘cercherò’…sono spiazzanti. Controproducenti sono frasi che si usano al fine di essere contraddetti in positivo: «Spero di non disturbare», «Non le ruberò molto tempo», «So bene di approfittare del suo prezioso tempo», «Chiedo scusa, ma…» «Spero che voglia ascoltarmi», «Sono petulante, vero?» Se state dicendo una cosa importante certamente non rubate del tempo! Usando queste ed altre espressioni simili si chiede una disconferma ed una risposta rassicurante – ad esempio, «Ma che dice? Non mi disturba affatto!» – In realtà si da all’altro la guida della conversazione, gli si fa credere di concederci il suo tempo o la sua benevolenza.

Nella escalation della comunicazione positiva ricordiamoci che ogni parola o frase positiva ne ha una corrispettiva superlativa:

«La nostra è una storia bella – la nostra è una storia meravigliosa».

«Hai uno sguardo seducente – Hai uno sguardo magnetico».

«Sono felice – Sono estasiato».

Possiamo definire questa diversa intensità dei termini livello espressivo della parola (Es.: Bello, Meraviglioso, Esaltante). L’uso di un livello espressivo anziché un altro ci dà molte informazioni sulle aspettative, sulle regole, sul grado di coinvolgimento di chi parla. Termini a basso livello espressivo indicano povertà nella nostra visione della realtà, indicano aspettative minime. Viceversa, sforzandoci di usare termini ad alto livello espressivo, avvertiremo un senso di benessere e di ricchezza interiore e faremo capire all’altro che siamo  molto esigenti e fiduciosi nel futuro.

 

Bruno Brundisini

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