Il rapporto medico-paziente

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Nei primi decenni del XX secolo il medico era una figura pressoché paternalistica, in quanto unico possessore della conoscenza e della tecnica per curare le malattie. In virtù delle sue competenze con la medicina di allora e dei principi di beneficienza e di non maleficienza che lo obbligavano ad agire per il bene del paziente e a non arrecargli volutamente danno, egli poteva agire per suo conto senza che lo stesso venisse consultato, o senza che dello stesso fosse necessario il consenso o quello della sua famiglia. Il paziente quindi, logico ritenerlo, veniva considerato come incapace di decidere adeguatamente per sé.

Nel corso degli ultimi decenni del XX secolo, con l’avvento degli antibiotici, dei vaccini e di accurate misure igieniche, si sono sconfitte malattie che erano state fino ad allora invalidanti o mortali, per cui si sono avute profonde trasformazioni nel modo in cui si esplicava la pratica medica, che hanno suscitato molti dubbi sulla validità dell’attività cosiddetta ‘paternalistica’ del medico curante. Da un lato, il progresso scientifico e tecnologico hanno permesso alla medicina di intervenire rapidamente e con successo – basti pensare alla tecnologia presente nei reparti di terapia intensiva, ai macchinari per la dialisi, alle tecniche per la riproduzione assistita, ai trapianti di organo, alla chirurgia sempre più avanzata grazie alla robotica, ecc. – dall’altro, la necessità di una certa autonomia di pensiero da parte della popolazione ha contribuito all’approvazione, da parte dell’American Hospital Association nel 1973, della Carta dei diritti del paziente (Patient’s Bill of Rights) in ambito di assistenza sanitaria. Da quel momento il paziente ha diritto ad essere informato sulle decisioni terapeutiche che lo riguardano. Pertanto, viene riconosciuta la volontà del paziente e la sua autonomia decisionale.

Ma già nel 1950 Luigi Condorelli, uno dei più illustri clinici italiani del XX° secolo, fu lungimirante nell’affermare che «un pragmatismo esasperato può costituire un pericolo, inducendo a sostituire la metodologia e l’osservazione accurata del malato con la tecnica», appiattendo così il ruolo del medico. Le molteplici specializzazioni, necessarie per garantire l’alto target delle cure come ci si aspetta nella nostra epoca moderna, hanno talvolta portato ad un uso improprio del sapere scientifico, togliendo al medico la visione globale del caso e del paziente nella sua unità. Così c’è stato un progressivo distacco della medicina dai bisogni di salute delle persone, questo è stato percepito dai malati, e si è tradotto in una crescente sfiducia, fino al risentimento e persino all’ostilità, che si manifesta con quello che è stato definito il ‘fallimento del successo’. Nonostante la medicina sia sempre più capace di guarire, medici e pazienti vivono un rapporto di sospetto e delusione reciproco.

Cosa chiede un malato al suo medico? Attenzione e disponibilità. Il tempo dedicato alla visita è forse la richiesta fondamentale del paziente. Il tempo, nella relazione medico-paziente, ha significati diversi. Il paziente oggi raramente viene ascoltato e toccato dai medici. Quando un medico visita un paziente e gli parla, ma soprattutto lo ascolta, legge una storia. Un medico non può sottovalutare il potere taumaturgico o l’effetto placebo che lui stesso possiede. Nonostante il progresso della medicina, il trattamento farmacologico e quello psicologico in ogni terapia si influenzano reciprocamente.

Il rapporto medico-paziente un tempo si basava su un effettivo elemento di fiducia. Il contravvenire a questa fiducia appare come un atto sleale, che incrina il patto etico su cui si fonda la relazione. Cronicizzandosi questa insoddisfazione, per la mancanza di risultati, si crea una sorta di barriera o di distacco tra il curato e il curante, che induce il primo a ricercare altre soluzioni. Questo atteggiamento non è meno frustrante per il medico che avverte il senso di impotenza per non avere risolto il caso. I pazienti, specie in alcune circostanze, quando hanno malattie gravi, rare, hanno una emotività particolare, che coinvolge anche i familiari e l’ambiente circostante. Stati di ansia, di confusione, di paura, per cui spesso, essendo esposti a forti reazioni emotive, necessitano di un secondo parere.

Una scelta diffusa è il cercare risposte in rete. Il web, contenitore capillare a diffusione mondiale, raccoglie tutti i nomi degli specialisti, dei prodotti farmaceutici più avanzati e delle ultime scoperte scientifiche in ogni settore. Ma il quantitativo di dati è talmente elevato che è impossibile controllarne la qualità e la veridicità dei contenuti scientifici, e così, spesso, si incappa in colossali fregature.

È dunque necessario che le scelte da fare e il percorso di cure siano opportunamente guidate dagli esperti della materia. Le istituzioni ospedaliere ed universitarie sono le sedi ideali per rappresentare il ‘secondo parere’, spesso richiesto in ambito oncologico, ma anche per altre patologie, essendo in grado di orientare sia i pazienti che gli stessi medici, che spesso ricorrono ad un consulto con i colleghi che hanno maggior esperienza per i casi particolarmente difficili.

Un ‘audit team’, proposto da studiosi inglesi ha dimostrato che la ‘second opinion’ potrebbe rappresentare un vantaggio economico e sociale sia per i pazienti che per il sistema, poiché, confrontando i dati, il paziente giunge spesso alla conclusione che alcune ulteriori prestazioni mediche non sono necessarie, e questo costituisce un risparmio per il sistema sanitario. Un counseling gestito da un team di medici al culmine della loro carriera professionale, con rapporti e relazioni internazionali, per armonizzare i percorsi diagnostici e terapeutici e garantire una risposta attraverso solide basi scientifiche. Esperti che siano in grado anche di coordinare le risorse ed interagire in tempi brevi con le professionalità più adeguate di volta in volta, per rispondere ai quesiti dei pazienti, in base a diagnosi o indagini di laboratorio. Sarebbe un ottimo contributo da parte delle istituzioni ospedaliere per reagire al problema, utilizzando in modo etico le risorse del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) nell’area stessa dove risiede il paziente.

Tutto questo per sconfiggere la ‘Web-Babel syndrome’ di questo millennio, che determina una barriera fra pazienti alla ricerca della verità che li compiace e i clinici, cercando conferme o smentite alle diagnosi, attraverso questo sistema interpellato velocemente che fa rischiare di far precipitare la situazione rubando tempo alle cure migliori e creando inutili aspettative anche attraverso pubblicità di santoni e di panacee miracolose.

In un mondo sempre più multietnico, inoltre, la medicina si troverà sempre più spesso a confrontarsi con culture che possono essere anche estremamente lontane dal patrimonio scientifico occidentale.

Vanessa Seffer

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