La dott.ssa Maria Tecla Artemisia Montessori

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Diciamocelo: la nostra è stata, e in parte lo è ancora, una società parecchio sessista. Questo pensiero ha condizionato anche le immagini delle nostre banconote dove in effigie c’è finita una sola donna, raffigurata sul biglietto più famoso e raccontato della storia della Banca d’Italia: le mille lire. Ma chi è l’unica fortunata ad essere finita in calce alla banconota italiana per antonomasia? Una famosa attrice o una regina, come Elisabetta sulle sterline? Un premio Nobel o una scrittrice? No, un’educatrice. Non una come tante, ma la regina delle educatrici: Maria Montessori, la donna ideatrice del famoso geniale Metodo.

Proveniente da una famiglia benestante, la futura ‘dottoressa’ nasce a Chiaravalle, in provincia di Ancona, il 31 agosto del 1970. Figlia unica, all’età di 5 anni si trasferisce a Roma dove il padre Alessandro, nobile bolognese, era stato chiamato ad occupare un importante posto al Ministero delle Finanze. Seguita amorevolmente dalla madre, Renilde Stoppani, figlia di proprietari terrieri e sorella di quell’Antonio naturalista, scienziato e scrittore, considerato il padre della geologia in Italia (famoso lo scritto Il bel Paese), Maria si mostra da subito una ragazza sveglia, ricca di interessi e di idee: da bambina sembra voler fare l’attrice, poi sviluppa una passione per la matematica e pensa di diventare ingegnere. Conseguita la maturità con ottimi voti al Regio Istituto Tecnico Leonardo da Vinci, grazie alla sua ostinazione e all’ardente desiderio di studiare, riesce a piegare l’ottusità della famiglia (i genitori la vorrebbero casalinga) e della società (gli studi scientifici erano praticamente preclusi alle donne) e si iscrive all’Università di Roma come studentessa in Fisica, Matematica e Scienze Naturali, riuscendo ad essere ammessa alla facoltà di Medicina. È una delle prime matricole donna e non avrà vita facile: appena varcata la soglia dell’Università, sarà costretta ad affrontare un ambiente ostile, dominato dagli uomini, alcuni dei quali, disorientati dall’arrivo di questa nuova ‘figura’, si presero spesso gioco di lei, come in occasione del suo svenimento davanti al cadavere di un uomo nudo (più per l’uomo nudo che per il cadavere, come si evince dalle sue memorie). Ma stringe i denti e ce la fa. Sfidando le convenzioni, gli insulti ed i frequenti commenti idioti degli studenti maschi, la Montessori riuscirà a laurearsi in Medicina, prima donna in Italia, nel giugno del 1896, all’Università La Sapienza di Roma, discutendo una tesi sperimentale in Neuropsichiatria sul tema Allucinazioni a contenuto antagonistico. L’ostilità mostrata dai maschi in questi anni ebbe gravi ripercussioni sull’animo forte ma sensibile di Maria, che svilupperà in seguito un disprezzo nei confronti degli uomini così forte da escluderli quasi totalmente dalla sua vita: non si sposerà mai, mentre sarà sempre più vicina ai movimenti di emancipazione femminile, tanto che, lo stesso anno della sua Laurea, rappresenterà l’Italia al Congresso internazionale sui diritti femminili a Berlino (dove il suo discorso avrà un successo strepitoso). Nonostante l’aspetto fiero e rigido, talvolta francamente duro, il più famoso giornale per famiglie di allora, L’Illustrazione popolare, mostra ai lettori nel 1896 come la ‘vezzosa medichessa chirurga’ resti femminile ed elegante pur esercitando una professione considerata maschile. Dopo la laurea comincia ad esercitare privatamente e continua a lavorare come assistente nella Clinica Psichiatrica, lavorando con quelli che allora venivano definiti ‘bambini anomali’. Qui conosce Giuseppe Ferruccio Montesano, uno dei padri fondatori della neuropsichiatria infantile italiana. Il giovane medico, quasi coetaneo e di buona famiglia, è simpatico, geniale e ambizioso. I due formano una gran bella coppia e lei è particolarmente felice di unire ai successi professionali le gioie sentimentali. Il 31 marzo del 1989 nasce Mario, frutto della loro relazione, che Maria partorirà in gran segreto, decisione verosimilmente legata alla cultura dell’epoca e all’educazione ricevuta dal compagno, che infatti non la sposa (tre anni più tardi troverà una moglie più ‘tradizionale’). La donna affiderà il piccolo prima ad una balia, poi a una misteriosa famiglia.

Ma come è possibile che Maria Montessori, la donna che ha insegnato al mondo come allevare i figli, abbandoni proprio il suo? Cosa ha spinto la più famosa delle educatrici a compiere tale gesto? Maria, vittima dei costumi bigotti dell’epoca oppure donna in carriera senza cuore? O soltanto una donna sola e angosciata che volendo dare al figlio un’infanzia ‘normale’ ha la forza di rinunciare a lui? Un quesito mai risolto. Tuttavia non mancherà di far sentire la sua presenza andandolo spesso a trovare, anche se in incognito, e quando Mario ha 14 anni e lei è diventata ormai famosa, lo ‘recupera’ dal collegio, iniziando con il ragazzo un idillio, anche se per molto tempo lo farà passare per suo nipote. È proprio all’epoca della nascita del figlio che la Montessori decide di approfondire i suoi studi pedagogici iscrivendosi alla facoltà di Filosofia e divenendo membro della Theosophical Society, a cui rimase legata per tutta la vita, (come dimostra il fatto che durante la seconda guerra mondiale, costretta a rimanere in India, fu accolta ad Adyar, vicino a Madras, nella sede principale della società). Nel 1899 inizia un lavoro di ricerca presso il manicomio romano di S. Maria della Pietà dove, tra gli adulti malati di mente, si trovavano bambini con difficoltà o con turbe del comportamento, rinchiusi e trattati alla pari degli altri malati mentali adulti e in stato di grave abbandono affettivo. L’eccezionale dottoressa, oltre a prendersi amorevolmente cura di queste povere creature, si rende ben presto conto, grazie al suo acume e alla già ricordata sensibilità, che il metodo di insegnamento usato con questo tipo di ‘pazienti’ non è corretto, non è insomma adeguato alle loro capacità psicofisiche e alle loro esigenze. Dopo numerosi tentativi, anni di studi ed osservazioni sul campo, la Montessori arriva così ad elaborare un nuovo e innovativo metodo di istruzione per bambini disabili: sono i primi passi della sua straordinaria carriera, che la porteranno a diventare un’icona del filantropismo. I risultati del suo metodo sono talmente sorprendenti che, in una prova controllata oltre che da lei stessa anche da una commissione di esperti, i bambini disabili ottengono un punteggio più alto di quelli considerati normali.

Non appagata da un tale risultato, ha una nuova, propulsiva idea ponendosi la domanda: «Perché i bambini normali non possono trarre profitto dallo stesso metodo?». Detto, fatto. Il 6 gennaio 1907 apre nel poverissimo quartiere di S. Lorenzo, in un grande casamento popolare in Via dei Marsi n. 58, la prima ‘Casa dei Bambini’, per i piccoli da 3 a 6 anni. Da allora le Case dei Bambini si moltiplicarono ed ebbero un’enorme risonanza proprio per quello che rivelavano: mutamenti positivi nel comportamento individuale e un insospettato rispetto per gli altri e per le cose (bambini operosi e felici che non hanno bisogno di premi e di castighi per crescere!). A quelle romane seguirà nel 1908 la prima Casa dei Bambini a Milano, nelle case operaie di Via Solari, che affidò a Maria Maccheroni, sua prima fida allieva (cui ne seguiranno molte altre, stregate dal carisma della dottoressa). ‘Il suo metodo’, differente da qualsiasi altro in uso all’epoca, sostituisce il tradizionale approccio fatto di lettura e recita a memoria, con l’uso di strumenti concreti: la straordinaria didatta rivoluziona il significato stesso della parola ‘memorizzare’, parola non più legata ad un processo di assimilazione razionale e/o puramente cerebrale, ma veicolata attraverso l’empirico uso dei sensi, che comportano ovviamente il toccare e il manipolare oggetti (seguendo in questo anche il pensiero del pedagogista americano Séguin). Si tratta di un processo che oggi può apparire scontato, ma che ha richiesto un’evoluzione degli approcci pedagogici e una riflessione attenta, all’interno di questo pensiero, su cosa sia o non sia un bambino e su quali caratteristiche peculiari una creatura del genere, di fatto, abbia. Scrive al riguardo svariati saggi e libri e nel 1909 pubblica Il metodo della pedagogia scientifica, dove espone l’approccio e i suoi principi: tradotto in numerosissime lingue, darà al metodo Montessori una risonanza mondiale. Scrive libri, organizza convegni, si sposta frequentemente e di fatto abbandona la professione di medico per dedicarsi completamente all’insegnamento, trascurando anche la sua persona (ingrassa di parecchi chili, indossa lunghe gonne per nascondere le gambe grosse, e veste quasi sempre di nero, forse in segno di lutto eterno per la drammatica fine della sua unica storia d’amore). La sua fama comunque continua a crescere, ed è così famosa in tutto il mondo da piacere a Mussolini e perfino all’allora papa Benedetto XV. Ma l’idillio non durerà a lungo, la libera pedagogia filosofica montessoriana si scontrerà ben presto con l’ideale autoritario del regime e con il dogma del peccato originale: per lei i bambini non hanno un bel niente da farsi perdonare, anzi. Vittima del fascismo e del nazismo (nel 1934 il governo promanò l’ordine di chiusura delle scuole montessoriane in Italia, seguito a breve dalla Germania e dall’Austria), lei non discute, fa le valigie e parte con Mario per la Spagna, dove però, nel 1936, scoppia la guerra civile. Maria allora si trasferisce prima in Inghilterra e poi ad Amsterdam nella liberale Olanda, per approdare infine in India: è ormai una cittadina del mondo, anche se fatica a imparare le lingue straniere, e le sue teorie sono apprezzate ovunque. In India, dove Mario la raggiungerà qualche tempo dopo, continua a pubblicare libri, aprire scuole, formando più di 1000 insegnanti in tutto il Paese. Nel giugno del 1940, improvvisamente, gli Inglesi arrestano madre e figlio, in quanto italiani e come tali ritenuti ‘nemici’ poiché alleati con Hitler (nonostante siano noti i loro pessimi rapporti con il regime): Mario viene internato in un campo di Amedyagar, mentre alla donna viene concesso di rimanere ad Adyar, in modo che possa continuare la sua opera pedagogica. Il 31 agosto dello stesso anno, giorno del suo 70esimo compleanno, le arriva un telegramma del viceré che ha capito come stanno le cose e scrive: «Abbiamo pensato che il regalo più bello che possiamo farle per il suo compleanno sia renderle suo figlio». È la prima volta che in un documento ufficiale viene detta la verità sull’identità del figlio: lei è troppo felice di riabbracciarlo per pensare a salvare le apparenze.

Nell’estate del 1946 torna in Olanda, dove si riunisce ai quattro nipoti rimasti dalla famiglia Pierson durante tutta la guerra. Nello stesso anno è nominata ‘Honorary fellow’ dell’Educational Institute of Scotland and Edimbugh, riceve la ‘Dr. Honoris Causa’ dell’Università di Amsterdam e la croce della Légion d’Honneur a Parigi, oltre ad essere candidata per tre volte al Nobel. L’anno successivo torna in Italia e subito viene invitata dal Governo a ristabilire l’Opera Montessori e a riorganizzarne le scuole. Ricevuta solennemente in Parlamento da rappresentanti della Costituente dirà con una punta d’ironia: «Io vi indico il bambino, la sua ricchezza interiore e voi non lo vedete. Preferite guardare il mio dito che lo indica, ammirarlo, dire che è bello!…». Arguta e semplice di modi, schiva ma ben consapevole della portata rivoluzionaria della sua opera, instancabile nel diffondere, incontrare, insegnare con quel suo modo di porgersi, vivo e penetrante, continua a viaggiare, nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute. Mentre si trova ospite a casa di amici a Noordwijk, in Olanda, vicino al Mare del Nord, muore improvvisamente colpita da una emorragia cerebrale. È il 6 maggio del 1952. Viene sepolta nelle vicinanze, avendo espresso il desiderio di essere seppellita nel luogo dove sarebbe morta. Sulla tomba, posta sulle dune che guardano il mare, simbolo per eccellenza dell’Uno, l’epitaffio recita:

Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo.
Maria Montessori, medico e donna, tanto per altro famosa…

Marco Semprini

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