Metamorfosi di una professione

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L’anima della medicina come dedizione al sollievo delle sofferenze non solo fisiche ha resistito per millenni, ma oggi vive una sorta di deriva culturale e antropologica profonda a partire dalla vocazione storica del medico.

La scienza medica si è enormemente sviluppata negli ultimi decenni divenendo una forma di arte esperienziale fortemente specializzata, tecnologica e manageriale in continua evoluzione. La perdita della capacità del medico di visitare ed esaminare il corpo attraverso i propri sensi e la perdita progressiva del contatto umano sono il segnale della metamorfosi della sua professione e della sottrazione della storica anima ippocratica.

I miei maestri insegnavano che solo seguendo una metodologia clinica con anamnesi ed esame obiettivo la malattia può mettere a nudo le verità della sua storia e della sofferenza.

Per contro, il progresso scientifico ha paradossalmente indotto un impoverimento culturale del ragionamento medico, contribuendo a deformare la relazione lineare tra medico e paziente, tanto da ridurla a un legame diseguale. La medicina che viene insegnata è una scienza nobile ma probabilistica, non è geometria né matematica, quindi è sbagliato credere e far credere che sia una scienza esatta con risultati attesi e asserviti alla ‘infallibile’ tecnologia.

Osservo dispiaciuto, giorno dopo giorno, la decadenza della medicina come arte esperienziale, arte applicativa che ha come oggetto l’uomo biologico con la sua componente umana. Esorcizzare questa metamorfosi ci permette di evidenziare la disumanizzazione della medicina e la sproporzione esistente tra la manifesta componente tecnologica e la nascosta componente antropologica di una medicina dell’ascolto, della comprensione e della disponibilità.

Forse non serve lamentarsi per restituire dignità al lavoro del medico, forse è giunto il tempo di fare un passo indietro, un tuffo nel passato per recuperare parte della clinica, spendere più tempo nel rapporto con il paziente, nella formazione anche etica dei giovani colleghi e nella ricerca scientifica in ospedale.

Bisogna essere convinti del fatto che la salute, come un diritto fondamentale della persona, va tutelata non solo nella dimensione organica, ma umanistica e sociale. La medicina del futuro dovrà mirare ad un riaffermato rapporto tra uomini fondato sulla comunicazione, sull’ascolto, sulla fiducia, sulla comprensione e sulla rassicurazione. Sommessamente rischiamo di barattare i valori più importanti dell’essere medico con il generico ‘ruolo’, ovvero con quel modo sterile di relazioni, di funzioni e di comportamenti burocratizzati, che finiscono con il condizionare negativamente la libera scelta verso il paziente. Dovremo sforzarci di rinnovare la medicina, magari conservando la memoria di ciò che essa ha rappresentato anche umanamente nella storia dell’uomo.

Un tempo ai medici veniva insegnato come la cultura della comunicazione al letto del malato sia un bagaglio di conoscenze, che induce alla costruzione di relazioni di insostituibile efficacia clinica.

Il malato non è soltanto un corpo, risultato di processi biochimici o fisici, legati a una biologia cellulare o molecolare. Egli è permeato continuamente da emozioni, affetti, interazioni sociali e familiari. Accettare questa religiosità del medico, condividere questa complessità del paziente vuoi dire riconoscere e recuperare il carattere relazionale della pratica medica.

L’orizzonte morale delle azioni, del pensiero e della coscienza del medico si definisce in relazione al valore che attribuiamo agli altri. L’essere capaci di compassione piuttosto che di egoismo, di amore piuttosto che di indifferenza, dà la giusta tonalità morale a qualsiasi attività umana.

Non si tratta di proporre una nuova scienza o una nuova morale, si correrebbe il rischio di costruire percorsi troppo rigidi che contrasterebbero l’anima della medicina. Verrebbe da pensare al carattere originariamente morale dei medici, come uomini tra uomini, riportati al livello attuale delle evidenze, delle conoscenze, delle sue applicazioni tecniche e delle politiche legislative che regolano il lavoro.

Il tanto vituperato paternalismo sembra essere tornato attuale, perché è il medico che decide quando e come impartire le informazioni. In questo senso, il medico dovrà relazionare in maniera qualitativamente diversa con i pazienti privilegiando l’ascolto ed un’informazione responsabile, la sola capace di ottenere la conoscenza consapevole e corresponsabile del malato e della famiglia.

C’è da dire che con i progressi della medicina e con la diffusione globale delle informazioni è anche radicalmente cambiato l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti dei problemi della salute e della malattia. La constatazione dell’efficacia di alcune cure ha alimentato l’attesa miracolistica di nuovi farmaci e di trattamenti chirurgici e delle procedure invasive. Nella convinzione di molti, dal primo all’ultimo battito del cuore, è sempre possibile sconfiggere le malattie e scacciare la morte. Si è diffusa la persuasione che un uomo non muore perché si ammala, ma per una terapia sbagliata, tanto che il lutto ospedaliero ha conquistato il ruolo di notizia scandalistica e non viene accettato come un accadimento nell’ordine delle cose possibili. In realtà, specie negli anziani misuriamo l’inadeguatezza delle presunte certezze offerte dal progresso, che resta fallibile e non linearmente programmabile, soprattutto dove entra in gioco l’uomo e la sua libertà.

La medicina è dominata dal rischio di vivere il paradosso del progresso che alimenta la spinta verso la mistificazione difensivistica del lavoro del medico, specie quando si ha certezza di non poter raggiungere un risultato atteso.

Questa distorsione informativa ha contribuito a far emergere lo scontro tra due delle più grandi energie della moderna medicina: la tecnologia e la biologia, le cui leggi ancora ignote, sono protette dalla natura.

La salute è un bene intangibile, non una merce o un valore immateriale, un insieme di azioni multidimensionali rese complesse dalle caratteristiche cliniche del paziente, dalle evi­denze e dallo stesso sistema salute, oggi sempre più vincolato al prioritario dogma della sostenibilità economica. Questo insieme di azioni produce un bene ‘imperfetto’ che ha larghe componenti immateriali cui il medico è spesso inadeguato a rispondere. La salute quindi è qualcosa di molto più complesso rispetto ad una risoluzione semplicistica di diagnosi e cura, di un atto sempre e comunque risolutivo.

Il medico opera e sceglie in un difficile equilibrio tra storia della malattia e arte medica, i cui confini tra ciò che è ‘naturale’ e ciò che è ‘malattia’ sono costantemente ridefiniti dal progresso delle conoscenze e delle pratiche umane, incluse quelle di rispetto del budget. Il limite economico negli ultimi decenni diviene una questione etica di grande importanza. Il bianco e il nero, ovvero le certezze ‘assolute’ della scienza, nel mondo reale si contendono l’area grigia, quella della probabilità che contrasta la ‘impossibile’ certezza della scienza medica. In questo spazio virtuale crescono i contenziosi come piaga del lavoro. Dal progresso al contenzioso legale tra medico e paziente il passo è breve.

Sarà tutta colpa del successo clinico-assistenziale che ha ridotto la possibilità di giustificare gli errori in termini di diagnosi e cura, saranno le accresciute aspettative del paziente alimentate da un’inadeguata informazione, sarà la carente comunicazione, la verità è che assistiamo ad un esasperato concetto di tutela del diritto alla salute che derubrica la responsabilizzazione etico-professionale del medico, deresponsabilizzando giuridicamente il malato e la società in ogni sua forma, ma ancor peggio rimette ogni scelta solo a chi amministra.

Così facendo restiamo soli nel difendere il ruolo vocativo del medico nella cura del paziente. In realtà, oggi il lavoro del medico si confronta con un’articolazione organizzativa e di intervento complessa, spesso indefinita, condizionata dall’esaltata managerialità, dal costante confronto con linee guida, dal rispetto di budget e dei protocolli, dalle tante carte da riempire, comportamenti che sottraggono tempo prezioso da dedicare al malato.

Oggi il medico è impegnato sempre più davanti a un monitor, chiuso in una stanza di ospedale, piuttosto che nelle corsie con i pazienti. La soluzione non è semplice. Bisogna avere il coraggio di rimettersi in discussione recuperando con determinazione una propria dignità e autonomia nel rispetto del ruolo e della professionalità.

Francesco Bovenzi

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