Curarsi con la bellezza: l’arte come terapia

L’interazione tra arte e scienza e la conseguente commistione tra di esse è cosa che può esser rintracciata fin nell’antichità, nei dialoghi dei grandi filosofi greci o negli scritti degli studiosi di epoca romana, fino ad arrivare all’arte contemporanea ed agli studi applicati alla psicologia, al come una immagine o dei colori possano influenzare lo stato d’animo di un paziente, aiutando il processo di guarigione, oppure al benessere ingenerato da un determinato ambiente – inteso nella sua accezione totale – e, in tal senso, si pensi ad un paesaggio di campagna e come l’insieme di colori, odori e suoni siano in grado di portare buonumore.

La storia dell’arte, al contempo, ci permette di indagare quali fossero gli studi, gli strumenti e le tecniche mediche nel corso dei secoli, attraverso molteplici immagini che, in dettaglio, fotografano episodi di vita quotidiana, dalla visita del dottore alle ben note lezioni di anatomia nelle aule universitarie.

Da un lato cura, dall’altro testimonianza, reportage di vita.

Ed è su questi presupposti che si muovono oggi i professionisti della salute; ancor meglio, dalla fusione dei due dati – la bellezza come cura e l’immagine come narrazione di un mestiere – si sta tentando di creare un nuovo linguaggio, di appropriarsi di nuove forme espressive intese come strumenti per fare salute: l’arte entra a pieno titolo nei luoghi della scienza, nei luoghi di cura, e lo fa come risorsa.

Si è accennato al paesaggio ed all’effetto benefico della natura sulla mente ed esistono in effetti molti studi scientifici che ne danno testimonianza, gli stessi che hanno stimato nel corso degli ultimi vent’anni una diminuzione pari al 25% del tempo speso dalle persone in ambienti naturali (Pergams & Zaradic, 2007). Al contrario, per la ricerca scientifica ci sono diversi motivi per cui è necessario ricucire questo rapporto, motivi ovviamente benefici per la salute psico-fisica degli individui. Tra questi una maggiore vitalità, legata allo stare all’aria aperta; un aumento esponenziale della creatività, dovuto proprio al tipo di ambiente in cui andiamo ad agire; una riduzione dello stress; un miglioramento della memoria a breve termine così come della salute mentale con conseguente rafforzamento di un senso di appartenenza, specie alla rete sociale; un aumento dell’autostima soprattutto se legato ad attività sportive svolte all’aperto.

Al contempo va preso in considerazione anche il fenomeno diametralmente opposto, ossia quando la natura provoca l’insorgere di emozioni quali paura ed ansia o, per dirla con i romantici ottocenteschi, di “orrido e sublime”.

Ci sono siti naturali che per secoli hanno attratto schiere di artisti proprio perché il paesaggio diveniva uno scenario ed una scenografia imperdibile ed il nostro territorio in primis, cosparso oltretutto di rovine romane, ha per molto tempo incarnato l’ideale massimo, la meta d’obbligo, per chiunque volesse immergersi in queste atmosfere.

Nella città di Tivoli basti pensare all’unicum costituito da Parco Villa Gregoriana, forra naturale trasformata in giardino da Papa Gregorio XVI, simbolo d’eccellenza per l’estetica romantica. Ma se da un lato questa Villa ha scatenato le fantasie pittoriche o poetiche di molti viaggiatori, dall’altro con le esondazioni del fiume Aniene ha causato distruzione e disperazione, infine paura, e le opere d’arte che vi si ispirano non possono che confermare il duplice aspetto di bellezza naturale, il sublime, unitamente alla sensazione di spavento e di precarietà, appunto all’orrido (Figg. 1, 2, 3).

Fig. 1 – H. VAN CLEVE, Tivoli, tempio c.d. di Vesta e Cascate, incisione, dimensioni non specificate,1525-1589

 

Fig. 2 – VENTURINI, I resti del Ponte Antico a monte del fossato di San Rocco, incisione, dimensioni non specificate
Veduta-dal-Tempio-di-Vesta
Fig. 3 – Veduta dal Tempio di Vesta, incisione, dimensioni non specificate,1819. Collezione Lemmermann a Villa d’Este

Ed è proprio la storia dell’arte a raccontarci e testimoniare anche di fenomeni naturali capaci di inaudite distruzioni, dalle conseguenze nefaste per la psiche umana. Basti pensare ai terremoti ed alle ansie scatenate in chi vive su di una terra in continuo movimento, una terra che non ha mai smesso di tremare, allora come oggi. Secondo Emanuela Guidoboni[1], del Centro Euro-Mediterraneo di Documentazione Eventi Estremi e Disastri (Bologna e Spoleto), dall’anno Mille a oggi sono note 4.800 distruzioni gravissime, dall’VIII all’XI grado della scala Mercalli, e molti artisti hanno appunto rappresentato le catastrofi naturali dai tempi più remoti fino alla diffusione della fotografia.

Così mentre nella concezione religiosa il terremoto era rappresentato nel sesto sigillo dell’Apocalisse di Giovanni (Fig. 4), segno della distruzione del mondo umano ed annuncio del giudizio di Dio, nel 1362 circa l’artista tedesco M. Wurmster di Strasburgo, nel Castello di Karlstein in Boemia, racconta in un affresco (Fig. 5) il disastro conseguente ad un terremoto del 25 gennaio 1348 in Friuli e Carinzia, a testimonianza di come questo avvenimento colpì fortemente la società europea dell’epoca proprio per la violenza e la distruzione con cui si verificò. Francesco di Giorgio Martini addirittura immortala la “tendopoli” posteriore al terremoto di Siena del settembre 1467 (Fig. 6), sigillando su di una tavoletta quel senso di precarietà e di paura che ingenera un terremoto interrompendo la vita urbana e sociale e costringendo la popolazione a situazioni di emergenza e di disagio. Per finire, la tela dell’anonimo pittore che del terremoto del 1693 in Sicilia, oltre alla distruzione immortala il dolore, lo sgomento e la paura di quanti riescono a mettersi in salvo (Fig. 7), consapevoli di essere inermi di fronti alla forza travolgente della natura.

Fig. 4– Episodio tratto dall’Apocalisse di Giovanni

 

Fig. 5 – M. Wurmster, particolare di un affresco nel Castello di Karlstein, in Boemia.

 

Fig. 6 – Francesco di Giorgio Martini, registri delle Biccherne, Archivio di Stato di Siena.

 

Fig. 7 – Anonimo, in Collezione privata, in L. Doufour – H. Raymond, 1693, Val di Noto. La rinascita dopo il disastro, Catania, 1992

Bellezza e paura, attrazione e disorientamento, sublime ed orrido appunto: binomi sigillati inesorabilmente nell’accezione di paesaggio ed al tempo stesso in continua relazione con l’uomo ed il suo sentire, quelli che Goethe chiamava anima e conoscenza.

Giorgia Montesano

[1] E. Guidoboni e J. Ebel, Earthquakes and Tsunamis in the past. A guide to techniques in Historical Seismology, Cambridge Univ. Press, 2009

Autore dell'articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *